giovedì 27 giugno 2013

Nell’ultimo libro di Luigi Alici la strategia ambigua del “sì … ma”

di S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste

L’ultimo libro di Luigi Alici appartiene alla categoria dei libri “Sì, ma …”. I libri e le trattazioni “Sì, ma …” sono proprie di una cultura del cattolicesimo progressista che afferma i principi nello stesso momento in cui apre fessure affinché non siano rispettati. Se cercate in questo libro le affermazioni di fedeltà al magistero oppure di adesione ai principi della tutela della vita o della famiglia, le troverete. Però l’esposizione è sempre volutamente ambigua. Si muove sul filo del rasoio, dice ma nega ed è piena di “tuttavia”. Dopo aver letto questo libro si capisce che l’agire dei cattolici nella società e nella politica è da lui lasciato solo e completamente alla loro coscienza.

Fa da sfondo a questo sottile ambiguità l’abitudine, che non è solo di Alici, come ripeto, ma di tutta una cultura, di fare proposte “né - né”, che evitino i contrari. Faccio degli esempi. Il contributo della fede cristiana non può essere “quello integralistico dell’egemonia e della rivalsa”, ma nemmeno “quello disincarnato del disinteresse e della diaspora” (p. 26). Come si fa da cerniera tra pubblico e privato? In modo “non arrogante né rinunciatario” (p. 35). Il cristiano non può “arrendersi ad una visione machiavellica” ma nemmeno ad una “concezione evasivamente spiritualistica” (p. 130). Come deve essere il rapporto tra fede e politica? Né fatto di “nostalgie anacronistiche di regimi di cristianità perduta”, né di “forme di disimpegno sociale e scetticismo politico” (p. 132). In democrazia come dobbiamo procedere? Né con un “totalitarismo asfissiante” né con un “liberismo scettico” (p. 78). E così via. L’autore motiva l’esistenza di questi estremi con il paradosso cristiano, che però egli interpreta come una insanabile contraddizione interna del cristiano, mentre la fede e la ragione, come ci insegna la dottrina, vanno insieme e solo il peccato introduce la divisione.

Emergono così alcuni punti molto discutibili, a dir poco. Facciamo anche qui degli esempi.
Riconoscimento delle coppie omosessuali. Alici ha parole molto belle sulla famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna (p. 35). Si dichiara anche fedele al magistero. Poi però, rifacendosi al cardinale Martini, propone una “gradualità nei diritti” per cui secondo lui una coppia di omosessuali va distinta da due studenti che condividono lo stesso appartamento, come va distinta da una coppia eterosessuale sposata. In questo modo egli ammette il riconoscimento pubblico della coppia omosessuale. Ciò va contro quanto ci hanno insegnato i Vescovi italiani nel 2007 ai tempi del Family Day. E va contro anche il principio di legge naturale secondo cui il rapporto omosessuale è sbagliato e non può essere avvalorato e proposto dalle istituzioni pubbliche. Da un lato, grandi affermazioni sulla importanza della famiglia,dall’altro promozione di nuovi DICO o di forme di Unione civile tra omosessuali.

Principi non negoziabili. Alici li chiama valori e non principi e questo è un grave errore di impostazione. Dice poi che essi possono essere “rilegittimati, rivisitati, rettificati” (p. 30) e fa un esempio: la pena di morte e lo Stato confessionale erano considerati principi non negoziabili ed ora non lo sono più. Come si può mettere lo Stato confessionale sullo stesso piano del diritto alla vita? E sul diritto alla vita o sulla famiglia cosa dovrebbe essere “rettificato”? Il quarto comandamento, il quinto, il sesto e il nono dovrebbero essere rettificati? E chi può rettificare i comandamenti?

Alici invita i cattolici che vogliono dedicarsi alla politica a non pretendere sconti per la loro fede (p. 35). Ma dov’è che i cattolici in politica oggi hanno degli sconti quando manifestano la loro fede? Oggi ad avere sconti sono invece i cattolici che nascondono la loro fede dietro le sottili distinzioni come quelle che vengono proposte in questo libro.
Luigi Alici è stato a lungo Presidente nazionale dell’Azione Cattolica. Nei mesi scorsi ha girato tutta l’Italia per presentare il suo libro, solitamente invitato nelle sedi dell’Azione Cattolica o in realtà affini o contigue. Ma sulle basi delle idee espresse in questo libro la Chiesa non potrà fare affidamento in futuro, perché sono di fatto rinunciatarie. Su queste basi verrà accettato qualsiasi progressivo spostamento in là del limite della difesa dell’umano.


mercoledì 26 giugno 2013

Il principe e i Gentiluomini «Giusto abolirli, sbagliò Paolo VI»

Ruspoli: l'aristocratica Corte Pontificia andava mantenuta

di Paolo Conti

Papa Francesco ha deciso di non nominare più Gentiluomini di Sua Santità. Considera queste onorificenze «arcaiche, inutili e dannose». Cosa ne pensa Lillio Ruspoli, all'anagrafe Sforza Marescotti Ruspoli, principe romano?

«Mi sembra che sua santità abbia fatto benissimo....».

Probabilmente è colpa dei casi giudiziari di Angelo Balducci e del prefetto Francesco La Motta, entrambi gentiluomini...

«Io non giudico nessuno, è compito della magistratura, c'è la presunzione di innocenza prevista dalla Costituzione. Questa situazione nasce da un errore storico. Dall'abolizione, decisa nel 1968 da Paolo VI, di quella grande istituzione storica che fu la Corte Pontificia, composta da famiglie dell'aristocrazia nera fedeli da secoli al Papato. Errore madornale. Malinteso senso del modernismo. Il Vaticano cercava di raggiungere accordi col mondo comunista per aprire nuove sedi episcopali oltrecortina. Si pensava di dare dimostrazione di apertura democratica...».

Invece cosa accadde?

«Si creò questa nuova struttura, priva di regole. La Democrazia cristiana, già da allora, cominciò a inserire personaggi dubbi. Arrivarono gli avventurieri, certi figuri ambigui della finanza lombarda e addirittura dell'industria bellica, ricchi americani d'assalto, poi il mondo legato ai Sindona, ai Calvi, alla loggia massonica P2, l'intero sistema che causò drammatici dissesti al patrimonio della Santa Sede. Il vuoto lasciato dalla tradizione della Corte pontificia fu riempito nel modo più spaventoso e ignobile. Ma è mai possibile che un Capo di Stato oggi possa essere accolto da un Gentiluomo di questo genere?».

Lei è il nipote di Alessandro Ruspoli, Gran Maestro dei Sacri Palazzi, che accoglieva i Capi di Stato per condurli dal Papa.

«Persino i reali consideravano un onore essere accolti da lui. La carica era ereditaria, i Ruspoli la mantennero per dieci generazioni. Poi c'erano gli Assistenti al Soglio, anche loro ereditari, Colonna e Orsini. L'aristocrazia nera non ha mai ottenuto vantaggi economici da certe cariche. Tutt avveniva disinteressatamente, per devozione al Pontefice. I nobili romani sono incapaci di trasformarsi in affaristi: non c'è mai stato un solo scandalo economico che abbia coinvolto la vecchia Corte. E poi, perché? Le cariche erano ereditarie da secoli. L'aristocrazia ha dato sangue per l'onore dello Stato Pontificio. Poi dell'Italia. Abbiamo avuto eroi nella II Guerra mondiale, anche nella Resistenza».

Ma quella Corte non era solo classismo? Anacronismo?

«Assolutamente no. Buona parte dell'aristocrazia romana, in segreto, si dedica all'aiuto ai poveri. Santa Giacinta Ruspoli, francescana, è la patrona degli emarginati. E io stesso ho avuto il privilegio di contribuire, quando ero in Consiglio comunale, ad aprire la casa dei senza tetto al Casilino dedicata proprio a lei, in stretta collaborazione con Don Luigi Di Liegro della Caritas. Poi ci sono tanti altri casi. Don Leopoldo Torlonia, alla guida del Circolo di San Pietro, gestisce mense e accoglienza per i bisognosi. Anacronismo? Solo lealtà, spirito di servizio, dedizione. Una grande garanzia di decoro per la Santa Sede e di sicurezza dello stesso Pontefice».

E anche per le risorse economiche vaticane?

«Certo. Anche. Non ho dubbi».

Cosa dovrebbe fare il Papa?

«Io capisco il francescanesimo, discendo da papa Innocenzo III che approvò la regola di san Francesco. Ma una chiesa che difende i poveri e gli ultimi non può che esprimersi con una forma aurea da gestire con un adeguato protocollo. Una cosa è l'umiltà, una cosa è la rappresentanza di un miliardo e più di fedeli. Guardia Nobile e Corte papale potrebbero ancora oggi assicurare un servizio disinteressato e al di sopra di ogni sospetto».

Ammette che tutto questo sembra una provocazione?

«Posso ammetterlo. Ma sono sicuro di quel che dico».

A proposito di scandali, Filippo Orsini negli anni Cinquanta perse il titolo di Assistente al Soglio Pontificio perché si innamorò della splendida Belinda Lee...

«Se ci ripenso non era poi uno scandalo... altro che lobby gay. E lo dico qui: era comprensibile innamorarsi di Belinda Lee...».


martedì 25 giugno 2013

I cattolici e le istituzioni pubbliche. Una nuova fase di difficoltà?

di Redazione

Le enormi pressioni a favore del riconoscimento delle convivenze e del matrimonio omosessuale, che assumono ormai le caratteristiche di una prepotente ondata che adopera ogni mezzo per imporsi, presentano un lato molto problematico su cui pochi riflettono. Quando sono le istituzioni a farsene protagoniste si pone il grave problema dell’obiezione di coscienza nei confronti delle istituzioni. La storia dell’impegno sociale e politico dei cattolici ha alle sue origini, alla fine dell’Ottocento, una tale obiezione di coscienza. Non si vorrebbe tornare a quella situazione, ma le spinte perché questo avvenga sono molto forti.

Le pressioni per la svolta radicale rappresentata dal matrimonio omosessuale sono molteplici e provengono da vari soggetti: associazioni della società civile, la stampa progressista che sistematicamente induce a confondere tra omofobia, che riguarda le persone, e opposizione al pluralismo familiare, che riguarda le leggi, potenti agenzie internazionali, infiltrazioni ideologiche dentro le agenzie delle Organizzazioni internazionali, ricchi centri di potere lobbistico e così via. Questo lo si sa. C’è una lotta in campo e si tratta di combatterla.
Tutto ciò non presenta un particolare problema, dato che le forze in campo sono riconoscibili e la partita è aperta. Il vero problema nasce quando a promuovere il matrimonio omosessuale, l’ideologia omosessuale e l’ideologia del gender, che ne è il presupposto culturale di fondo, sono le pubbliche istituzioni, nascondendo la loro propaganda dietro la presunta difesa dei diritti umani e la lotta alla discriminazione. In questo caso scatta qualcosa di particolarmente pericoloso che spacca il cosiddetto patto sociale e che può riportare i cattolici ad una opposizione di principio nei confronti delle istituzioni pubbliche. Sarebbe un grave danno per tutti.

Molti enti locali italiani hanno aderito alla RE.A.DY (Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere). Gli obiettivi della rete contengono l’ambiguità di fondo tipica della cultura del gender, ossia considerano discriminatoria ogni posizione che faccia riferimento ad una dimensione naturale della famiglia e confondono tutto ciò con la negazione di diritti individuali a gay e lesbiche, ossia con la discriminazione.
Sostenere, quindi, che una coppia gay non può avere il riconoscimento di una coppia eterosessuale sposata assume le caratteristiche di un atto di intolleranza. Le attività della rete in questione non si limitano quindi a diffondere un sentimento civile di rispetto, ma una precisa cultura dell’indifferenza sessuale (appunto, la cultura del gender) e quindi di distruzione del plesso procreazione-famiglia-filiazione.

Si tratta di un vero e proprio stravolgimento fatto passare per semplice educazione alla tolleranza. Questa attività degli enti locali non si limita alle ricorrenze, come nel caso della giornata annuale contro l’omofobia, ma si struttura come continuativa, in raccordo con istituzioni scolastiche pubbliche, alle quali il comune o la provincia assicurano il patrocinio, i contributi con cui retribuire gli operatori, solitamente espressione delle associazioni gay e lesbiche, e la collaborazione. Spesso vengono anche progettate campagne mirate. In particolare sono oggetto di questa formazione culturale i corsi di educazione sessuale nelle scuole pubbliche. Non va dimenticato che non solo gli enti locali ma anche la scuola è, in una certa misura, una istituzione pubblica.

Fin tanto che a promuovere la cultura del gender è una associazione espressione della società civile si pone un problema di competizione nella società civile e niente altro. Quando però sono le istituzioni pubbliche che si fanno carico di trasmettere questa ideologia significa che un pensiero unico viene promosso con i sistemi della propaganda. Le istituzioni non devono fare propaganda e non devono discriminare, nemmeno quando vorrebbero lottare contro una presunta discriminazione.
L’obiezione di coscienza da parte dei cattolici e di quanti sono interessati alla verità è ormai applicata in vari campi. Quando però le istituzioni si comportano in questo modo, l’obiezione di coscienza rischia di doversi applicare alle istituzioni stesse. Se dalle istituzioni bisogna difendersi, anche con l’obiezione di coscienza e a proprio rischio e pericolo, allora il patto tra cittadini viene mano e le istituzioni non sono più “di tutti”. Studenti cattolici, famiglie cattoliche e cittadini cattolici in genere dovrebbero infatti fare obiezione di coscienza alle attività degli enti locali e della scuola pubblica di cui si parlava sopra.

Questo, però, ci rigetterebbe indietro nel tempo e riaprirebbe ferite che si pensavano superate. Dopo la presa di Roma del 1870, i cattolici espressero un motivato rifiuto del nuovo Stato italiano. Si trattava di una obiezione di coscienza nei confronti delle istituzioni pubbliche di allora. In seguito, lungo i decenni e a prezzi anche molto alti, questa frattura fu in qualche modo ricomposta ed oggi il senso di appartenenza dei cattolici alla nazione italiana e la fedeltà alle istituzioni repubblicane è pieno, anche se rimane l’obbligo di obbedire prima di tutto a Dio.
Se ora dovesse diffondersi e ulteriormente prendere piede questa deriva delle istituzioni pubbliche verso queste nuove intolleranti ideologie travestire da tolleranza, riemergerebbe per i cattolici l’obbligo morale di distinguersi da tutto ciò, di dividere le responsabilità morali, di dire che questo avviene “non in mio nome”. Sarebbe una grave frattura civile che l’Italia non può permettersi.


lunedì 24 giugno 2013

Il meteorologico conformismo di Stanislao Moulinsky

di Silvio Brachetta

Ade non dà tregua. Ci accalda. Ci assedia dappertutto. Ci disidrata. Ade «raggiungerà la massima potenza tra giovedì e venerdì», ci assicura l’anonimo cronista del Corriere. Questo significa che abbiamo poche ore di refrigerio, perché con Ade non si scherza.

Ma chi è Ade? Il dio degli inferi? Ma no, è l’ultimo anticiclone africano, preso di mira dal meteoconformismo e ribattezzato con un nome mitologico, per trasformare in notizia un’informazione climatica.
È la nuova moda imposta, non richiesta dai cittadini, per deconcentrare le masse: cicloni e anticicloni devono essere catalogati come le figurine e dunque antropomorfizzati. L’anno scorso abbiamo avuto le insolazioni di Caligola, Minosse, Caronte e Nerone. E le celebri inondazioni di Lucy e Madeleine.

In realtà dietro questo genere d’iniziative, direttamente o indirettamente, c’è sempre lei: l’Unione europea (non l’Europa storica, che è cosa più seria). Il diktat arriva nel 1999, da parte dell’Istituto Tedesco di Meteorologia all’Università di Berlino: siccome le tempeste d’oltreoceano sono state umanizzate, è giusto fare così e lo dobbiamo fare anche noi, ci mancherebbe. Sbagliare un nome, poi, o non seguire l’elenco alfabetico equivale a una bestemmia. Ovviamente “lo richiede la scienza”, come spiegò il metereologo Luigi Latini a Tgcom 24: «La meteorologia è una scienza seria e come tale ha delle regole rigide da rispettare».

Lo richiederà pure la scienza, ma l’antropomorfismo è un’esigenza primariamente religiosa, che fece intravvedere la mano di Zeus dietro la folgore e il carro infuocato di Helios dietro al sole. Sembra piuttosto che l’Unione stia spacciando la creduloneria per scienza, nell’ennesimo maldestro tentativo di piazzare a tutti i costi una sorta di nuova religiosità pagana.

E in questo somiglia molto al maestro nei travestimenti Stanislao Moulinsky, nella fantomatica esclamazione «Ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta»!, quando veniva smascherato dal detective Nick Carter dopo ogni sua goffa trasformazione.


Ma Joyce è stato veramente grande?

di Alessandra Scarino

Come ogni anno, anche il 2013 ha avuto in città il suo Festival dedicato a James Joyce, precisamente nei giorni di sabato 15 e domenica 16 giugno, con un nutrito calendario di letture, musica, spettacoli, mostre e conferenze. Il “Bloomsday” quest’anno ha anche proposto una lettura di tutto l’“Ulisse” di Joyce su Radio Fragola.

Io credo, per quanto l’alta cultura lo reputi uno dei più grandi geni della letteratura del XX secolo, che Joyce abbia fatto più male che bene al genere “romanzo”, specie con gli sperimentalismi acrobatici del suo stile e dei suoi registri linguistici. Non so quanti di coloro che amano visceralmente Joyce abbiano letto per intero il suo libro. Io ci ho provato, con tanto di sussidio, o meglio di testo a fronte perché il libro sembra scritto in un’altra lingua e non si capisce né cosa voglia dire né dove vada a parare.

Ci fosse almeno qualche contenuto meritevole in grado di legittimare l’immane fatica di decifrare l’oscuro libro. Le peripezie mentali ed emotive dell’errante Leopold Bloom e della pigra e sensuale moglie Molly non possono proprio assurgere a tematiche di valore universale. Ma anche ammesso che il lettore sia interessato ad auscultare filo per segno tutte i più intimi vaneggiamenti di queste due anime naufraganti nel nulla assoluto, che cosa ci guadagna alla fine se non ha la più pallida idea di cosa volesse raccontare l’autore? Io credo che neanche Joyce in persona sapesse il contenuto delle sue narrazioni, a mio avviso molto simili ad esperimenti di scrittura automatica. Se non capiva lui il senso di quello che andava scrivendo, figuriamoci il lettore!

Quello che il mondo intellettuale omaggia come la straordinaria novità joyciana, è a mio avviso uno dei maggiori guasti dell’arte moderna e contemporanea: l’incomunicabilità, l’assenza totale di referenzialità, la desolante solitudine in cui il lettore sprofonda assieme all’autore. Oltre alla gioia e al gusto di leggere, questo genere di scrittura - pensiamo anche agli indecifrabili e algidi romanzi dell’école du regard - ha distrutto il senso più profondo della creatività: rimodellare il mondo della realtà in un mondo parallelo in cui tutti i significati del primo vengano alla luce e siano comprensibili e conoscibili. La realtà ha un logos, la vita ha un logos e anche l’arte che la imita, la penetra e la denuda, deve avere un “suo” logos. Se non possiede questa intima connessione e ragionevolezza, anche l’arte si riduce allo sproloquio dissennato di un individuo dirottato verso il niente, frantumato in mille frammenti non più ricomponibili in un’unità di senso che affini e dilati la conoscenza del fruitore.

Anche la grande poesia simbolica elaborò una nuova lingua poetica dissolvendo le forme paludate di quella classica, ma il risultato non fu quello di distruggere il linguaggio e di sprofondare tutto nel caos - cifra di ogni sperimentalismo fine a se stesso -, ma di ampliare le dimensioni e la profondità stessa della parola, i suoi universi sommersi di bellezza e verità, le sue potenzialità espressive e comunicative prima sopite.
Non abbiamo bisogno di aggiungere con la letteratura ulteriore caos e insensatezza alla realtà, abbiamo semmai bisogno di senso, di comunicazione, di conoscenza . Diversamente non si va in nessun luogo. Questo arenarsi su sponde senza nome è il grande male della modernità. Perché privarci anche del gusto di leggere, ragionare e capire? Perché rinunciare alla compagnia di un buon amico che scrive pensando a noi?


venerdì 21 giugno 2013

Perché oggi il cattolico non può essere di sinistra?

di Aldo Vitale

Nonostante il monito paolino di accogliere chi è debole nella fede senza discuterne le opinioni (Rm 14, 1), è proprio in virtù degli insegnamenti di San Paolo che, invece, occorre correggere, sebbene non oltre un paio di volte, coloro che sbagliano (Ti 3, 10), o, come sono stati giustamente e più tecnicamente definiti, gli eretici.
Roba da medioevo, si penserà, ma mica tanto.
Una volta, come si sa, i comunisti erano scomunicati, poi son finite le scomuniche, e, con il tempo, perfino i comunisti. Adesso, del resto, si vorrebbe che finissero anche i cattolici.

Oggi, dopo il tramonto del sole del socialismo reale che tanto aveva arso il mondo, non sembra rimanere altro che un placido cielo notturno illuminato dalle tante galassie socialiste (quella ecologista, quella femminista, quella genderista, quella liberista ecc) generate dal big bang della caduta del muro di Berlino.
È anche pur vero che questa frizzante policromia ricalca quella varietà sempre esistita nel pensiero socialista classico, tanto da dover distinguere l’ortodossia marxiana, cioè la fedeltà al pensiero di Marx, dall’eterodossia marxista, cioè tutte le diverse elaborazioni che i marxisti hanno fornito del pensiero di Marx.

Tra tutta questa immensità s’annegano il pensiero e la coscienza d’alcuni che sembrano nutrire la pretese di poter tenere insieme tutto e il contrario di tutto, cioè i cattolici di sinistra.
Prima d’affrontare il merito una chiosa.
Similmente potrebbe trattarsi dei cattolici di quella destra neo-pagana, razzista, scientista e liberista che sempre più sembra farla da padrona in Europa, ma poiché il fenomeno dei cattolici di sinistra è più prettamente italiano, sembra opportuno soffermarsi su di esso.

Come ultima questione preliminare si consideri che le parole contro il mercatismo da un lato e il socialismo dall’altro sono sempre state chiare nella tradizione del Magistero, stante la solidità della dottrina sociale della Chiesa, così come si rinviene in quell’opera monumentale che, in questo senso, è la “Rerum Novarum” di Leone XIII o negli scritti di autentiche coscienze cristiane del calibro di Juan Donoso Cortes o Nikolaj Berdjaev che hanno brillantemente esposto le potenzialità antiumane dell’una e dell’altra ideologia.
E proprio perché lo scontro tra socialismo e cattolicesimo è sempre stato serrato, si è celebrato l’incontro delle due prospettive, paradossalmente, sulla consapevolezza comune della loro reciproca inconciliabilità.

Non è un caso, per quanto singolare, che Pio XI e Lenin fossero sostanzialmente d’accordo, essendo la religione e il comunismo totalmente incompatibili; scriveva, infatti, il primo, che «il comunismo è per sua natura antireligioso, e considera la religione come “l’oppio del popolo” perché i princìpi religiosi che parlano della vita d’oltre tomba, distolgono il proletario dal mirare al conseguimento del paradiso sovietico, che è di questa terra» (“Divini Redemptoris”, 9-22, 1937), mentre il secondo che ribadiva che «“La religione è l’oppio del popolo”: questo detto di Marx è la pietra angolare di tutta la concezione marxista in materia di religione.
Tutte le religioni e le chiese oggi esistenti, tutte - quali che siano - le organizzazioni religiose sono sempre state considerate dal marxismo come strumenti della reazione borghese, che servono a difendere lo sfruttamento e a stordire la classe operaia [...] Il marxismo è materialismo. Come tale, esso è altrettanto implacabilmente ostile alla religione» (“L’atteggiamento del partito operaio verso la religione”, 1909).

Nonostante ciò vi sono molte persone, soprattutto in Italia, le quali ritengono possibile conciliare le ragioni del socialismo con quelle del cattolicesimo, facendo apparire quest’ultimo come qualcosa di assolutamente contraddittorio, individuale, soggettivo.
La recente scomparsa di don Gallo, o le dichiarazioni del Governatore siciliano Crocetta, sul suo essere fervente cattolico e convintamente di sinistra (ed ex comunista), all’indomani della sua elezione, sono forse gli esempi più lampanti di ciò che in questa sede si intende.
Certamente è a tutti nota la definizione di catto-comunista ed ancor più nota la diffusione, pur dopo la reiterata condanna della Chiesa, della teologia della liberazione, tuttavia occorre ben comprendere perché oggi, nonostante non esista più il comunismo, non si possa ugualmente essere all’un tempo cattolici e di sinistra.

La spiegazione richiederebbe lo spazio, il tempo e la pazienza di una trattatistica, ma in questa sede si può delineare sinteticamente la risposta.

Un tempo la sinistra era costitutivamente atea, materialista, economicista, legata a doppio filo con la tirannia del totalitarismo sovietico, e fondata su dottrine che negando la dimensione trascendente dell’esistenza si risolvevano a negare la natura stessa dell’uomo. Di qui l’evidenza dell’incompatibilità d’una volta.
Oggi, invece, pur restando fedele al suo passato, non avendo mai operato una revisione o una critica dello stesso, la sinistra è foriera di una visione sincretistica, individualistica, scientistica, risultando fortemente legata alla tirannia del totalitarismo odierno, cioè al non-cognitivismo etico, o, più semplicemente, al nichilismo contemporaneo, ovvero all’idea che non esista nessuna verità, convinzione anche questa, per sua natura, indubbiamente inconciliabile con il cattolicesimo, cioè con una concezione della vita che, invece, si basa non solo sulla rivelazione della verità, ma sul presupposto opposto, cioè sull’esistenza della verità medesima.

Ecco il cuore del motivo per cui oggi un cattolico non può essere di sinistra: con la evidente conseguenza, il più delle volte incompresa, che più ci si ritiene cattolici più non si può condividere la piattaforma etica, filosofica, giuridica e culturale della sinistra attuale, e, reciprocamente, più si è convintamene di sinistra più non si può sostenere l’antropologia e la visione cattolica del mondo (per usare una nota espressione di Romano Guardini).
Per chi si preoccupasse di leggere simili “sconcezze” preoccupandosi di giudicare o pontificare sulla fede altrui, sia sufficiente ricordare Tertulliano che appunto, contro gli eretici, cioè contro coloro che volontariamente errano dalla retta via dell’unione con Dio e con la sua Chiesa, così duramente, ma giustamente scriveva: «Mettiamo alla prova la fede sulla base delle persone, o le persone sulla base della fede? Nessuno è saggio se non è fedele».


© Tempi

Così il «Cavaliere» di Dürer diventò l'icona eroica della destra nobile e perduta

di Marcello Veneziani

Cinquecento anni fa nel cuore dell'Europa nacquero due gemelli separati della nascita. Uno voleva conquistare il potere, l'altro voleva conquistare l'anima del mondo. Era il 1513 quando vennero al mondo il Principe di Niccolò Machiavelli e il Cavaliere di Albrecht Dürer.
Il primo conquistò il mondo, pur senza conquistare l'Italia che pur sognava di unire. Il secondo partì alla conquista di se stesso, sfidando la Morte e il Diavolo. Ambedue attraversarono l'inferno e aprirono il destino della modernità. Il Principe diventò il paradigma del Potere e celebrò nell'opera di Machiavelli l'autonomia sovrana della politica. Il Cavaliere diventò la sua ombra vagante e celebrò nell'incisione di Dürer la solitudine eroica e disperata. Le due figure furono il riassunto epico e tragico della condizione umana che ha perso il cielo.

Il primo insegnò l'arte di vincere, il secondo insegnò l'arte di perdere. Del Principe si parla ormai da cinque secoli; del suo gemello solitario, invece, si ammirò il ritratto, il suo incedere ardito e il suo sorriso ironico ma senza spingersi oltre, a scrutare nell'animo del Cavaliere. Chi lo fece, venne molto dopo. Fu uno scrittore francese nato a Carcassonne nel sud della Francia, dove visse estati torride e inverni di vento violento, poi partì per Parigi «con una valigetta in legno e l'accento della mia terra», studiò filosofia «che spero di aver dimenticata» e lavorò da giornalista e scrittore con registi, ballerini, coreografi, attori e toreri. Morì il 18 giugno del 1993, giusto vent'anni fa. Si chiamava Jean Cau, era stato segretario personale di Sartre per dieci anni, «facevo parte dei reparti d'assalto dell'intelligenza di sinistra», insignito da giovane del premio Goncourt per il suo libro La pietà di Dio (tradotto nel 1961 da Mondadori).

Ma un giorno, tornando dalla guerra d'Algeria, si convertì all'onore e alla tradizione. Combatté contro la decadenza della Francia e dell'Europa, schiacciata tra l'americanizzazione e il comunismo sovietico, avversò il '68. Gli estremi del degrado erano per lui la gioventù drogata e la tecnocrazia al potere. Da allora Jean Cau diventò quel Cavaliere solitario e in disparte, dannato all'inferno e alla morte civile.
Scrisse opere taglienti, come Il Papa è morto e Le Scuderie dell'Occidente, pubblicate in Italia da Volpe, e celebrò la corrida in un celebre libro, Toro (edito in Italia da Longanesi) dedicato ai suoi amici matadores, banderilleros e picadores. Non mancò di scrivere un ardito elogio del Che (Passione per Che Guevara, Vallecchi, 2004), che esaltò come un Comandante intrepido, un artista, insomma un Cavaliere che sfida la morte e il diavolo. Per lui, il Che andò a cercar la bella morte: «Ci sono mille modi di suicidarsi. Balzac scelse il caffè, Verlaine l'assenzio, Rimbaud l'Etiopia, l'Occidente la democrazia, e Guevara la giungla». Cau lasciò uno splendido testamento ideale con una prefazione di Alain de Benoist, che uscì postumo in Italia col titolo I popoli, la decadenza, gli dei (ed. Settecolori).

Ma l'opera che riassume la sua visione del mondo fu proprio quella dedicata all'incisione di Durer, Il Cavaliere la morte e il diavolo (1977), che dopo Volpe ripubblicai alla metà degli anni ottanta con la prefazione di un grande artista e incisore affine a lui, Sigfrido Bartolini. In questi giorni il sito Barbadillo si è ricordato di Cau proponendo on line uno scritto sul Cavaliere di Dürer, a lui ispirato, di Dominique Venner, lo scrittore suicida un mese fa in Notre-Dame. Il Cavalieredi Dürer, riletto da Cau, costituì un breviario del pessimismo eroico che animò la gioventù di destra degli anni settanta. Era la cultura aristocratica della nobile sconfitta, eroica e disperata, che si nutriva dell'Autarca di Evola e dell'Anarca di Jünger, il ribelle che passa al bosco. Oggi il suo destriero per attraversare la foresta sarebbe il web.

Ma chi era il Cavaliere di Dürer nella visione di Cau? Era «un mostro di ferro, di carne e di spirito», che avanza con la sua armatura e il suo destriero in un paesaggio di rovine, spavaldo e incurante dei pericoli. «Stamattina, al nostro appuntamento all'alba, il mio cavaliere mi ha detto che poco importa la meta e la ragione del suo viaggio, purché una cupa ostinazione gli indurisca il cuore». Mai fermarsi, chi si ferma nella foresta è perduto. L'arte per lui è il canto per esorcizzare la morte. Egli sa che più si ama la vita più si sfida la morte. Ogni grandezza, spiega Cau, è costretta ad avere la morte per compagna. Il suo portamento naturale si chiama nobiltà. Nulla è più bello dell'uomo quando avanza, osa, rischia; ma è un avanzare verso il Nulla, avverte Cau. Nichilismo eroico e solitario. Anche se poi Cau dice che il Cavaliere ha appuntamento con Dio, contro il Diavolo. Coltiva l'aspro gusto sulle labbra di morire per una causa vinta. Il Cavaliere, per Cau, conosce la strana tristezza dei vittoriosi e la melanconia che invade il soldato dopo la vittoria. La stessa tristezza che segue l'amore post coitum. Ciò che vale nella vita non è la vita stessa, sostiene Cau, ma ciò che se ne fa; l'Occidente sta perdendo la sua vita per volerla salvare.

Fedele alla sua solitudine, Cau come i sessantottini che detestava, rifiutò il matrimonio e i figli, ritenendo se stesso ancora bambino, proprio come loro. Coltivò una destra come stile, «strettamente personale... è la mia pelle, i miei gesti, il mio respiro». Ammise che la sua morale assoluta, in purezza, finiva per esser vuota perché sconnessa dal mondo. Non si è felici quando non si ama la propria epoca, scrive Cau, e «io ascoltavo il vento dei passati perduti». Ma la sua solitudine pur eroica era figlia di quell'individualismo che è l'essenza della modernità occidentale. Il suo Cavaliere resta il volto tragico dell'umanità moderna che ha perduto il cielo e la terra e si barrica nell'individualismo eroico.

A vent'anni me ne innamorai, ma subito dopo me ne allontanai per tornare alla realtà e al mondo con le sue imperfezioni e ritrovare la gioia di vivere senza dimenticare la nobiltà estetica e spirituale del suo tragitto. L'individualismo eroico rischia di mutare in astio e rancore, come accadde a tante destre «strettamente personali». Scrissi allora, per esorcizzare il suo fascino, che «era tempo di tornare nel frangente a rischiare la propria nobiltà nella polverosa miseria dei giorni». Distinguevo l'arte, che è da solisti, dalla storia, che è corale. Il Cavaliere di Dürer-Cau resta inciso nel cuore, ma non indica la via. Esalta l'estetica, traccia uno stile ma non può ispirare la vita, la storia e il pensiero. Così salvai i vent'anni dal suo forte richiamo, ma non misi a riparo i cinquanta.


Mare di fango davanti alla Grotta di Lourdes

giovedì 20 giugno 2013

Giornate di formazione a Tuscania

Le profezie della mistica Emmerick e la rovina della chiesa con due papi

di Mattia Rossi

Chissà se Giovanni Paolo II, nel 2004, avrebbe mai immaginato che un giorno neanche troppo lontano la monaca tedesca che si accingeva a beatificare sarebbe divenuta di grande attualità? Sono passati solamente 9 anni da quel 3 ottobre del 2004 quando, il grande Papa polacco, il più grande “canonizzatore” della storia della chiesa, elevò agli onori degli altari Anna Katharina Emmerick, monaca agostiniana tedesca vissuta tra il 1774 e il 1824, proclamandola beata.

La Emmerick, nata da una famiglia di origini contadine, viene venerata dalla chiesa universale per le sue doti mistiche e di veggente. Grazie alle sue visioni tramandateci è stata dissotterrata, vicino a Efeso, la casa che, secondo gli archeologi, avrebbe ospitato Maria e Giovanni in seguito alla morte di Gesù. I diari “La dolorosa Passione del Nostro Signore Gesù Cristo” rivelano alcuni particolari inediti relativi alla morte di Gesù.

Ma tra le visioni della monaca tedesca hanno spazio anche alcune profezie apocalittiche sul destino della chiesa. Innanzitutto, Katharina Emmerick fu, credo, la prima ad aver previsto alcuni aspetti della futura riforma liturgica: “La Messa era breve. Il Vangelo di san Giovanni non veniva letto alla fine”. Ma ciò che salta immediatamente all’occhio, è la sua previsione di un tempo futuro di coesistenza di due papi: “Vidi anche il rapporto tra i due papi… Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni; eretici di ogni tipo venivano nella città (di Roma). Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità” (13 maggio 1820).

Su questo passo, il mondo cattolico più tradizionalista e critico verso i mutamenti del magistero di Papa Francesco va a nozze. La chiesa che va formandosi, nella profezia emmerickiana, è una chiesa “falsa”, dalla dottrina corrotta (più avanti dirà protestantizzata) e dall’infestazione di un clero “tiepido”. Ma tutto questo non impedì alla chiesa di “aumentare di dimensioni” (il riferimento, per molti, è al cosiddetto “effetto Bergoglio”, un’ondata di consensi, di chiese piene e code ai confessionali).

Anche il cambio di dimora e la clausura di quello che oggi è il Papa emerito sarebbero stati preannunciati: “Vedo il Santo Padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini. Temo che il Santo Padre soffrirà molte altre prove prima di morire. Vedo che la falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente” (10 agosto 1820). Anche qui, ancora una volta, è la popolarità e l’influenza della nuova chiesa a preoccupare la beata.
Ecco, poi, la profezia sulla protestantizzazione della chiesa cattolica: “Poi vidi che tutto ciò che riguardava il protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti erano attratti dalle dottrine seducenti ma false di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni, la Fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri e dalle guerre” (1820).

E ancora, sempre sulla “chiesa grande”: “Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la chiesa. Stavano costruendo una chiesa grande, strana, e stravagante”. Ma questa profezia non si ferma qui, preannuncia anche la dottrina che, dagli anni postconciliari, guida gran parte della pastorale ecclesiastica, quella dell’ecumenismo e della libertà religiosa: “Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti e avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione. Così doveva essere la nuova chiesa… Ma Dio aveva altri progetti” (22 aprile 1823).

“Ma Dio aveva altri progetti”. Progetti dei quali, naturalmente, ognuno di noi è all’oscuro: nessuno, infatti, è in grado di dire se, come e quanto le profezie della beata Emmerick siano attuali o, addirittura, si stiano avverando. Di certo, però, stupisce la consonanza con molti aspetti, più o meno oscuri, della chiesa di oggi.


Le due sconfitte dei cattolici italiani

di Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara e Comacchio

C’è una sensazione che avverto fortissima in questo periodo, che peraltro coincide con i miei primi cento giorni nella diocesi di Ferrara-Comacchio.
Da una parte c’è una incredibile attesa di una vera autorevolezza cristiana; attesa anche dai laici, perché non sono pochi coloro che, nello sconcerto attuale di una società evidentemente così empia, sentono il bisogno di una prossimità, il bisogno di essere accolti nelle istanze profonde della vita. E’ quella sensibilità che monsignor Giussani chiamava “il cammino al vero”, “la ricerca del volto umano”.
L’esigenza di questo cammino al vero è fortissima. E il rinnovarsi di una esigenza di verità e di bellezza, di bene e di giustizia supera quotidianamente, anche se in modo molto debole, questo grigiore del consumismo, del relativismo etico, dell’opinionalismo, di questo massmediaticamente corretto che inquina la vita della nostra società, dalle famiglie fino alle realtà sociali più impegnate o più impegnative.

C’è quindi una grande disponibilità del mondo, dell’uomo verso Cristo, verso la Chiesa.
Dall’altra parte però quello che mi colpisce dolorosamente, quasi fisicamente, è l’incapacità di essere all’altezza di questa domanda: non della Chiesa come istituzione ma della cristianità intesa come esperienza viva di Chiesa nel mondo.
Mi trovo spesso a pensare ai 37 anni contrassegnati dal grande Magistero, della grande testimonianza di Giovanni Paolo II, da questo straordinario riposizionamento della Chiesa di fronte al cuore dell’uomo, che ha riaperto il dialogo tra Cristo e il cuore dell’uomo. A questi 37 anni di un Magistero straordinario e di una capacità di dialogo con gli uomini ben prima e ben oltre visioni ideologiche e religiose; e agli anni non meno intensi e suggestivi, appassionati, di Benedetto XVI, nel suo infaticabile riproporre il cristianesimo come evento di compimento della ragione, dell’umanità; con quell’implacabile, dolcissimo insegnamento sul recupero della ragione, intesa in senso largo, compiuto, come apertura al mistero e non come affermazione delle propria capacità di organizzare scientificamente le conoscenze.
Ebbene, dopo tutto questo è come se la cristianità italiana sia quasi inebetita. Inebetita.

Così ora si profilano due sconfitte lancinanti per questa cristianità, a cui non avrei mai pensato di dover assistere, e che riempiono la mia vita di vergogna, perché è per affermare la verità della Chiesa e della sua missione contro queste tentazioni, che ho dedicato la mia vita di cristiano, di prete, adesso di vescovo, di ricercatore.
La prima sconfitta è incredibile ma si è ormai compiuta. Dopo che con Giovanni Paolo II, in perfetta linea con la tradizione magisteriale della Chiesa, si era affermata la fede come condizione di una autentica conoscenza della realtà, della storia e della società; dopo che si era compreso che la fede diventa cultura, per cui - come ha detto tantissime volte – “se la fede non diviene cultura non è stata realmente accolta, pienamente vissuta, umanamente ripensata”; dopo tutto questo sta ridiventando maggioranza quel dualismo fede e cultura per cui la cultura rappresenta una realtà autonoma dalla fede. Così che con la cultura nella migliore delle ipotesi si può accennare a qualche momento di “dialogo” o di “cortile”, espressioni che una adeguata razionalità e una adeguata consapevolezza di fede fanno fatica a definire nella loro obiettività.

Allora la fede si aggiunge alla cultura, ne rappresenta una introduzione di carattere spirituale, ne corregge o ne correggerebbe le conseguenze negative sul piano etico, aspetto questo assolutamente evidente quando si parla del rapporto fede-economia o fede-politica.
Che fine ha fatto la grande e spettacolare enciclica Caritas in Veritate, che invece affermava la pertinenza della fede nei confronti delle stesse strutture, delle stesse dinamiche economiche? Ogni tanto la si vede citare, ma giusto il titolo. Anche i cosiddetti economisti cristiani hanno ripiegato su questa posizione, sono tornati velocemente a quella eticità dell’economia, che nell’apparente semplicità dice tutto perché non dice niente. L’economista cristiano e poi il politico cristiano in questa visione dovrebbero così temperare i rigori del capitalismo selvaggio.
La fede invece forma la realtà; “la fede abilita noi credenti a interpretare, meglio di qualsiasi altro, le istanze più profonde dell’essere umano e ad indicarne con serena e tranquilla sicurezza le vie e i mezzi di un pieno appagamento”, diceva Giovanni Paolo II l’8 dicembre 1978 a docenti e studenti dell’Università Cattolica, tra cui c’ero anch’io, e lo posso dire con un orgoglio che non si è mai andato stemperando. E ho percepito la straordinaria novità di quell’incontro, troppo velocemente archiviato anche nell’ambito dell’Università Cattolica cui pure era stato riferito in maniera privilegiata e preferenziale.

Non meno penosa dell’insorgere del dualismo fede-cultura, è l’altra grande sconfitta: l’insignificanza della presenza cattolica nell’agone sociale e politico. Oggi il voto dei cattolici è assolutamente insignificante nel panorama della vita italiana, come ebbe a dire giustamente il mio amico Alfredo Mantovano in un suo lucido intervento qualche mese fa.
Chi sono i cattolici che militano nella varietà di espressioni socio-politiche che esistono? Gente che personalmente la domenica mattina andrà a messa, ci si augura; che è a posto dal punto di vista di una certa devozione alla vita morale, a meno che non si tratti di vita matrimoniale perché lì allora si aprono centinaia e centinaia di eccezioni, più o meno clamorose o più o meno nascoste ma assolutamente maggioritarie anche tra i cattolici in politica. Gente che personalmente e individualmente può avere anche una certa pratica di pietà.

Ma ciò che caratterizza l’intervento di chi appartiene alla fede, la forma dell’intervento è la Dottrina Sociale della Chiesa. E il cuore della Dottrina Sociale della Chiesa sono i princìpi non negoziabili. Questi dettano le analisi di carattere socio-politico, e questi indicano anche le linee di un’azione che almeno dal punto di vista della cultura dovrebbero avere una certa unità. Dovrebbe esserci una certa unità dei cattolici in politica che poi può preludere a differenze dettate da valutazioni particolari e speriamo non soltanto da interessi particolari.
Le ultime elezioni invece sono state la sagra dell’individualismo e dell’opinionalismo. I cattolici hanno votato per tutti e a vantaggio di tutti, senza chiedersi se questo loro voto avrebbe poi significato eleggere delle presenze che avrebbero tutelato non gli interessi della Chiesa, ma gli interessi della ragione e della fede, cioè dell’umanità.
Tutto era avviato, la Provvidenza aveva avviato tutto perché ci fosse un risorgere della presenza cristiana, come presenza di popolo, come presenza culturale, sociale, politica. Che ne è ora della grande sfida della nuova evangelizzazione che abbiamo raccolto dal primo insegnamento di Giovanni Paolo II?

Tornano i dualismi che si collegano ad alcuni nomi nefasti per la cristianità italiana, passati o presenti, che il pudore e la carità di patria mi impedisce di citare.
Forse i magisteri paralleli stanno compiendo l’ultima e non meno grave delle loro vittorie. Ma la vittoria dell’individualismo culturale e della frammentazione della presenza politica dei cattolici, senza la custodia e la promozione dei princìpi non negoziabili, non è soltanto la sconfitta dei cristiani, come diceva Marcello Pera nella prefazione al mio volumetto “Per un umanesimo del Terzo Millennio”: “Qui se si perde, si perde tutti; se si vince si vince tutti”.
Per adesso, salvo che la Provvidenza riscompigli le carte, possiamo veramente dire che stiamo perdendo tutti.


Dall’Islanda una campagna contro la pornografia online

Il provvedimento, proposto a tutela dei minori, è ora all’attenzione del nuovo governo di Reykjavík

di Giuseppe Brienza

In Italia poche persone utilizzano internet per informarsi, mentre sempre di più vi ricorrono per vedere o scaricare materiale pornografico. Secondo recenti dati dell’istituto britannico di ricerca sul web “Nielsen Online”, gli “utenti” della pornografia on line nel nostro paese sarebbero 6 milioni 250 mila con un’ora e 27 di visione, 71% maschi, 29% donne, con l’età più interessata tra i 35-49 anni (rappresentano il 35,5%) ma anche, con cifre in crescita, sotto i 18 anni.

In Italia il fenomeno della pornografia violenta prodotta con e visionata da minori sta lentamente crescendo ma, nel Nord Europa aduso al web, si tratta di un problema sociale che sta destando reazioni anche a livello politico. Il direttore del giornale elettronico settimanale “FamilyCinemaTv” Franco Olearo, ha illustrato sull’ultimo numero del mensile cattolico “il Timone” l’iniziativa in atto da parte del governo islandese, il quale «ha espresso la sua intenzione di bandire la pornografia da internet a protezione dei minori, allo stesso modo con cui ha già vietato quella su carta stampata. L’ipotesi ha immediatamente sollevato un’ondata di proteste da parte dei fautori dell’internet libero: una iniziativa del genere – dicono – violerebbe la libertà di informazione ed espressione e porterebbe l’Islanda al livello di Cina, Nord Corea e Iran, che censurano i siti internet.

In un Paese come l’Islanda nel quale oltre l’80% della popolazione appartiene alla confessione luterana, la proposta del bando alla pornografia on line proviene da un governo “rosso-verde”, in carica fino al 23 maggio scorso, presieduto dalla socialdemocratica Jóhanna Sigurðardóttir, nota per essere il primo capo di governo europeo dichiaratamente omosessuale. Dapprima sposata nel 1970 con un uomo, dal quale ha avuto due figli, la Sigurðardóttir ha infatti successivamente divorziato dal marito per costituire una “unione civile” con un’autrice e sceneggiatrice islandese. La coppia lesbica si è quindi unita nel giugno del 2010 in matrimonio, a seguito dell'introduzione delle “nozze gay” in Islanda.

Il ministro dell’interno del governo Sigurðardóttir che si è fatto promotore del bando al “porno on line” per i minori, Ögmundur Jónasson, appartiene ad un movimento di sinistra dei verdi, ed è stato duramente criticato nella sua proposta da un Istituto per la “libertà di espressione” nei new media, l’“International Modern Media Institute” (IMMI), guidato da una sua coetanea e militante come lui della sinistra islandese, Birgitta Jónsdóttir, recentemente eletta al parlamento nazionale nelle fila del fronte progressista.

Il fatto è che per il successore di Jónasson al ministero dell’interno, l’esponente del partito euroscettico “Independence Party” Hanna Birna Kristjánsdóttir, la limitazione coatta della pornografia online potrebbe tradursi in una violazione della libertà personale. Sulle remore del governo attualmente in carica, di matrice centrista e liberale, rispetto alla sua proposta (anche se finora non c’è stato ancora un pronunciamento ufficiale in merito) l’ex Ministro Jónasson ha replicato: «Ci sono persone che vogliono mettere a tacere questa discussione, ma non succederà. La gente vuole confondere la questione con una discussione sulla libertà di espressione, ma direi che siano coloro che stanno cercando di mettere a tacere il dibattito che non rispettano la libertà di espressione» (cit. in Daniele Cretella, “Dall’Islanda una campagna contro il porno online”, in “Tech Fanpage”, 27 maggio 2013).
A fare pressione sul nuovo governo affinché approvi l’interdizione alla pornografia on line per i minori è anche l’associazionismo impegnato nella tutela dei minori vittime di abusi sessuali, il cui leader, il diciannovenne Geir Johann Geirsson, ha annunciato che il suo gruppo scriverà a tutti i nuovi parlamentari islandesi per raccomandargli l’approvazione del bando al porno on line (cfr. Campaigns to restrict Internet pornography in Iceland”, in “ANI”, May 27, 2013).

«Accedere al porno online non richiede più tre secondi, quattro al massimo», ha dichiarato Geirsson che, presso le scuole superiori della città di Borgarn, alle porte della capitale islandese di Reykjavik, ha dato vita ad una campagna contro la diffusione della pornografia online. Secondo l’attivista, ogni computer con accesso alla rete diventa automaticamente uno strumento di consultazione pornografica. Non esistono, infatti, sul territorio islandese limitazioni o filtri capaci di fermare o almeno rallentare la navigazione all’interno di siti contenenti materiali espliciti.
Insomma, il dibattito sembra essere decisamente acceso e nei prossimi mesi la questione potrebbe tornare ad essere uno dei temi più caldi tra quelli affrontati all’interno del parlamento islandese.


Preghiera su Magris

di Camillo Langone

Perché mai gli studenti avrebbero dovuto maledire Claudio Magris? Lo avranno benedetto, invece, perché è un autore assolutamente alla loro portata. Alla portata di maturandi e signore iscritte a yoga, di seguaci dell’omeopatia e ascoltatori di Giovanni Allevi, di credenti nel cibo biologico e vicepresidenti del sindacato dirigenti scolastici: insomma il pubblico naturale di colui che si crede Italo Svevo e Carolus Cergoly messi insieme mentre è solo e soltanto Claudio Magris.
Il magrisiano “viaggiare per viaggiare” contenuto nel tema dell’esame di maturità è all’altezza della immaturità del diciottenne contemporaneo. Per un giovane confuso, Magris è quanto di meno impegnativo: esenta perfino dalla responsabilità di cercarsi una direzione.


mercoledì 19 giugno 2013

"Le leggi ingiuste vanno abrogate"

Su Padre Cédric Burgun, prete della Diocesi di Metz, avevo pubblicato l’articolo “Il mondo permette tutto, ma non perdona niente”. Don Cédric è membro della Comunità dell’Emanuele e docente presso la Facoltà di Diritto canonico dell’Istituto cattolico di Parigi (Icp).

Di seguito un articolo del Padre su traduzione de La Nuova Bussola Quotidiana.

Le leggi ingiuste vanno abrogate

di Cédric Burgun

Il 16 giugno papa Francesco ha incontrato una nutrita delegazione di parlamentari francesi facenti parte del gruppo di amicizia Francia-Santa Sede. Nel suo discorso ha fatto riferimento al compito dei legislatori che non è solo quello di proporre leggi, ma anche di abrogarle. In Francia il messaggio è stato immediatamente recepito come un invito ad abrogare la legge sui matrimoni gay. Di seguito riportiamo il commento di padre Cédric Burgun, sacerdote della dicocesi di Metz, esperto di Diritto canonico canonista, in primo piano nella contestazione della suddetta legge.

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire... E comunque, sì, papa Francesco ha sorpreso il suo mondo (il nostro, in effetti), utilizzando, sabato scorso, una parola tabù: “Abrogare”!
Da sabato pomeriggio, c’è stata un’allerta generale : informazioni continue sui differenti media, servizi dei telegiornali della sera, articoli, tweet e passaparola. Gli uni discutevano per sapere ciò che il papa avesse detto realmente, gli altri si indignavano ritenendo che sarebbe potuto andare più lontano. Altri ancora fingevano di non capire.
Ora, non si può far finta di fronte ad un discorso così chiaro. Ecco dunque la frase messa sotto accusa (cliccare qui per il testo completo):
“Il vostro compito è certamente tecnico e giuridico, e consiste nel proporre leggi, nell’emendarle o anche nell’abrogarle. Ma è anche necessario infondere in esse un supplemento, uno spirito, direi un’anima, che non rifletta solamente le modalità e le idee del momento, ma che conferisca ad esse l’indispensabile qualità che eleva e nobilita la persona umana”.

Non si può non capire

Innanzitutto, una piccola lezione di diplomazia vaticana: Papa Francesco si è espresso davanti ad un gruppo di una cinquantina di parlamentari, delle due Camere, rappresentanti il gruppo di amicizia Francia – Santa Sede dell’Assemblea e del Senato (i sostenitori di una laicità intransigente si stupiranno dell’esistenza di simili gruppi, ma andiamo avanti...).
Si trattava della visita di parlamentari francesi al capo di Stato della Santa Sede. Il suo discorso era stato preparato dalla Segreteria di Stato vaticana – la stessa che gestisce tutte le relazioni diplomatiche – ed il Papa non se n’è allontanato di uno iota, contrariamente alla sua abitudine.
Certo, capisco che non si voglia capire: come diceva Gesù, “che chi ha orecchie per capire, capisca”! Ma non si può dire che le parole del Papa non fossero pesate e che non riguardassero la legge Taubira [che ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso - ndt]...

In maniera più generale, non riguardavano soltanto la legge Taubira, ma tutte le leggi! La Segreteria di Stato – come il Sovrano Pontefice – è perfettamente al corrente della situazione politica in Francia. Papa Francesco conosce le leggi che sono state appena votate e quelle che aspettano ancora i francesi. La Segreteria di Stato sapeva anche che era la prima volta che il Papa si sarebbe rivolto ufficialmente alla Francia. E quindi – come è sua abitudine – in ogni discorso diplomatico ufficiale ogni parola è pesata, valutata, considerata. Sì, il papa ha invitato i parlamentari ad abrogare le leggi che sono contrarie alla Dottrina Sociale della Chiesa e alla sua concezione dell’uomo. Che lo si voglia o no, la parola pontificale di questo sabato 15 giugno è stata proprio così chiara! Ed è proprio questo che disturba.

Perché? Perché qui papa Francesco ha posto una domanda politicamente scorretta: e se ne sono accorti! Troppo spesso, abbiamo una visione rettilinea della storia di un Paese e del suo avvenire. Riteniamo che non ci sia la possibilità di ritorno all’indietro e che le cose continueranno ad evolversi “degradandosi”. È la visione di molti cristiani: non c’è più nulla da fare, abbiamo perso questa “lotta”, non potremo tornare indietro, etc., etc.

Ora papa Francesco ha ricordato un’evidenza: avere sempre l’obiettivo di abrogare le leggi profondamente contrarie alla dignità dell’uomo e alla visione cristiana dell’umanità. In questo senso, sì, papa Francesco ha invitato all’abrogazione delle legge Taubira, ma anche alle leggi che permettono le ricerche sull’embrione, alle leggi sull’aborto, ed anche a tutte le leggi che creano più povertà, più disuguaglianza, più sofferenza (pensiamo alla fame nel mondo o alle ineguaglianze sempre più crescenti). Vi sono tutte quelle leggi che indeboliscono la protezione sociale dei minori, che incoraggiano delle nuove forme di schiavitù (per esempio la droga e lo sfruttamento della prostituzione). Vi sono anche tutte quelle leggi che riguardano il diritto alla libertà religiosa; lo sviluppo di un’economia che non è più al servizio della persona e del bene comune.

Francesco ha invitato ad abrogare le leggi riguardanti l’eutanasia e che spogliano l’uomo della sua responsabilità e della sua dignità. Sì, egli ha invitato ad abrogare quelle leggi che suscitano i conflitti e che mettono la pace in pericolo; sì, ha invitato ad abrogare le leggi che riflettono “solamente le modalità e le idee del momento, ma che non conferiscono ad esse l’indispensabile qualità che eleva e nobilita la persona umana”. È chiaro. D’altronde ha appena scritto una lettera al G8 per chiedere di non dissociare l’etica dall’economia.

Non si può non essere d’accordo. Si può ritenere che il papa esca dal suo ruolo chiamando chiaramente in causa uno stato sulla sua legislazione: è l’argomento che ci è spesso rivolto. Ma non si possono contestare le affermazioni del papa: sarebbe intellettualmente disonesto, poiché il discorso della Chiesa su questi argomenti è sempre stato chiaro e nessuno può negarlo. La conseguenza è logica: se una legge è considerata come illegittima e inammissibile alla luce dell’insegnamento del Magistero, allora l’obiettivo dei cristiani – ai differenti livelli del loro impegno nella società – è proprio quello di fare in modo che, un giorno o l’altro, questa legge cada. Sì, ci vorrà del tempo! Ma questo è, sì, anche l’obiettivo dell’impegno cristiano.

La nostra visione della Storia è troppo spesso pessimista. Crediamo che le cose non possano fare altro che “degradarsi”. Ma questa non è una visione cristiana della Storia: essa conosce sicuramente dei momenti più difficili, ma non può mai essere considerata come un lento declino o il motivo del nostro disimpegno. Cristo è risorto in un momento della Storia. I santi nascono dopo di lui, ogni volta trasformando il corso di questa Storia che sembrava ineluttabile. La nota del cardinal Ratzinger sull’impegno dei cristiani in politica ricordava molto giustamente la memoria di Tommaso Moro, santo patrono degli uomini politici, che festeggeremo tra pochi giorni: egli “seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza». Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale»”.

E il cardinal Ratzinger, all’epoca, precisò che “Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto. Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica».

Sì, i cristiani devono operare per l’abrogazione di ogni legge che allontani l’uomo dalla sua dignità e dalla sua vocazione profonda. Tale era il chiaro messaggio del Sovrano Pontefice, sulle orme dei suoi predecessori. Certamente, Giovanni Paolo II era consapevole che l’abrogazione di una legge contraria alla dignità dell’uomo non era a volte disponibile nell’immediato. Invitava allora i cristiani a cercare tutti i mezzi per limitarne gli effetti.

Non c’è ragione di tergiversare delle ore a proposito delle affermazioni di papa Francesco. E per dirvi tutto, non comprendo nemmeno che possa esservi stata incomprensione su questo punto: quando il Sovrano Pontefice parla di povertà, di sociale, di pace, etc. allora si comprende che egli inviti all’abrogazione delle leggi che sono contrarie all’insegnamento della Chiesa; ed ora non bisognerebbe comprendere... Siamo un po’ realisti ed onesti: l’insegnamento della Chiesa è sufficientemente uniforme e chiaro da anni su tutti questi argomenti per comprendere che Papa Francesco ci chiami all’azione e alla speranza: in questo senso, la vocazione dei cristiani sarà sempre quella dell’impegno, indipendentemente dalle situazioni politiche. “I fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla «politica»” (Christifideles Laici, 42).


lunedì 17 giugno 2013

Il bel paraguru

Bernard-Henri Lévy, ovvero l’indignato al potere. Un furbo sempre dalla parte giusta (un po’ come il suo maestro Sartre)

di Giulio Meotti

Chissà cosa ne penserebbe Raymond Aron, che definì Bernard-Henri Lévy “un uomo perduto per la verità”. Non poteva scegliere tema più impalpabile e glamour Lévy per la grande esposizione “Les Aventures de la Vérité” della Fondation Maeght di Saint-Paul de Vence. Il New York Times lo definisce “uno degli eventi culturali del 2013”. Il direttore della Fondation Maeght, Olivier Kaeppelin, ha contattato Lévy quando l’intellettuale era appena tornato da una delle sue numerose missioni in Libia, dove ha costruito la guerra contro il colonnello Gheddafi. La mostra intende essere il coronamento del “philosophe” più “philosophe” di tutti, per tutti “BHL”, la cui carriera nella politica francese è stata un crescendo da quando entrò a far parte dei saggi di François Mitterrand, al fianco di Jacques Delors, Michel Rocard e Jacques Attali. “Bernard-Henri Lévy, le Magnifique!”, titola il Point sulla mostra di BHL.

Bernard-Henri Lévy è ovunque. Come ti giri, c’è lui. Dalle pagine culturali di Le Point ai rotocalchi di gossip, sempre affamati dei suoi numerosi matrimoni falliti (l’ultimo con l’attrice Arielle Dombasle, che BHL ha lasciato per Daphne Guinness, ereditiera dell’omonima birra). La celebrità di BHL è pari solo all’odio che genera. Se il Nouvel Observateur lo ha definito “un disc jockey delle idee”, per il grande storico Pierre Vidal-Naquet ebbe a definirlo “un mediocre candidato al baccalaureato”. Bernard-Henri Lévy è un trittico vivente: logo, BHL; immagine, la camicia aperta; e messaggio, libertà, scritto a caratteri cubitali.

Sono uscite talmente tante stroncature del filosofo da aver inaugurato un autentico genere letterario: i “béachellien”. Eppure nessuno dei libri della campagna anti BHL che negli ultimi anni si sono riversati nelle librerie francesi ha colpito davvero nel segno. Non “L’abbiccì di BHL” di Jade Lindgaard e Xavier de La Porte, éditions de la Découverte, sottotitolo ironico: “Inchiesta sul più grande intellettuale francese”, né la voluminosa biografia di Philippe Cohen “BHL”, uscito per Fayard. Va bene smascherare l’egocentrismo di Lévy oppure dimostrare che la sua tanto famosa amicizia col comandante afghano Massoud era un bluff, o svelare quanto questo agitatore di idee conceda al narcisismo e alla mondanità, o denunciare il suo fascino per i potenti. Ma pretendere di riuscire a dimostrare che quel che scrive Lévy è tutta aria fritta è un esercizio ad alto rischio velleitario.

BHL è invidiato per il successo, i soldi, l’influenza, l’onnipresenza nel circo giornalistico, la sua insindacabilità qualsiasi cosa dica, faccia, scriva. E’ fisicamente odioso a molti, per via di quella camicia bianca perfettamente inamidata e sempre aperta sul petto. E’ criticato per gli aerei privati, la villa Getty a Marrakech, la casa a Tangeri e la lussuosa proprietà alle Seychelles. O per il volo che il presidente Mitterrand mise a disposizione per prelevarlo a Sarajevo e depositarlo a Colombe d’or, dove la brava società parigina era invitata al suo matrimonio, uno dei tanti. BHL, infine, è inviso per il suo iperattivismo: saggi, romanzi, libri fotografici, pièces, articoli, reportage, documentari, appelli, conferenze, tutto un profluvio di lavori siglati “BHL”.

L’intellettuale francese, che in un paese corporativo come la Francia sfugge colpevolmente alle classificazioni, ha molti meriti, dall’aver difeso Israele di fronte a una opinione pubblica come quella francese con forti tendenze antisemite, all’aver contribuito alla scarcerazione del più noto dissidente anticastrista, quell’Armando Valladares il cui libro sul gulag dei Caraibi BHL fece uscire per Grasset.

Ma Bernard-Henri Lévy, che fu maoista e poi trotzkista, resta nel profondo un opportunista, il conformista simbolo dei benpensanti di Francia. E’ uno che ci sta, un po’ l’emblema dei mandarinismi europei. In “Une vie”, l’opera di quel Philippe Boggio giornalista storico del Monde che avrebbe dovuto fare le pulci ad “amore, denaro, progetti e legami su cui BHL mantiene da trent’anni il totale segreto”, è definito “l’ultimo esemplare d’intellettuale impegnato”, ovvero “ciò che di meglio la Francia ha prodotto nel Ventesimo secolo”. O di peggio.

Quel BHL che oggi campeggia fra i simboli del capitalismo francese ed è riconosciuto da tutti come “il filosofo più ricco d’Europa”, ancora non molto tempo fa definiva il capitalismo come “la più formidabile macchina di morte che la storia abbia mai prodotto”. Il problema di BHL è che sceglie sempre il coro giusto di indignati. Quando uscì l’edizione francese del libro di Oriana Fallaci “La rabbia e l’orgoglio”, BHL si accodò ai progressisti dicendo che lui era “nauseato”. E che Oriana Fallaci era un’ignorante, un’irresponsabile, una revisionista, una fascista. E paragonò – scusandosene con lo scrittore francese – “La rabbia e l’orgoglio” a “Bagatelles pour un massacre” di Louis Ferdinand Céline. “E’ un libro razzista”, disse BHL del volume della scrittrice italiana. “Con meno talento, è un ‘Bagatelle per un massacro’ antiarabo”.

Ancora più imbarazzante è stata la sua mobilitazione per il terrorista italiano Cesare Battisti, che ha paragonato al capitano Dreyfus, neanche fosse Sacco o Vanzetti, per i quali all’epoca anche Parigi si mobilitò per salvarli dalla sedia elettrica. Pur di non mancare alla serata organizzata al Théâtre de l’Oeuvre in solidarietà con il “perseguitato politico” Battisti, ci ha tenuto a far sapere di aver rinunciato a un impegno importante. Di fronte alla prospettiva che il perseguitato politico fosse estradato “in un paese in cui il presidente del Consiglio si sottrae ai giudici con ben altri mezzi di quelli di cui dispone Battisti”, che sia innocente o colpevole, il condannato-ricercato è innanzitutto vittima, altro che carnefice. Questa la posizione del prode BHL.

Nella primavera 2001, all’indomani del plebiscito pro Chirac e del linciaggio del candidato di estrema destra Jean-Marie Le Pen, Lévy si fa pago e orgoglioso della gioventù antifascista che un giorno sì e l’altro pure per due settimane di seguito riempie i boulevard di Parigi sotto lo striscione “no pasarán”. Ma si tende a dimenticare che il salvataggio dell’azienda paterna di BHL, la Becob, società d’importazione di legni africani – che secondo il noto intellettuale avvenne grazie alla stima da sempre dimostrata dall’industriale François Pinault per uno dei suoi più importanti concorrenti, André Lévy – è stato in realtà il frutto di un equo scambio: BHL garantisce infatti a Pinault, i cui legami con l’estrema destra di Le Pen sono noti, buone entrature a sinistra e nel mondo dell’editoria (manca ancora qualche anno perché Pinault arrivi alla proprietà di Fnac e Le Point).

E che dire degli amici? Quando uscì il pamphlet neoprogressista di Daniel Lindenberg contro i “nuovi reazionari”, Lévy – che all’epoca si trovava a Karachi, almeno così lui dice, per il romanzo-inchiesta sulla barbara esecuzione del giornalista ebreo-americano Daniel Pearl – pur non essendo finito nella lista dei cattivi di Lindenberg volle dire la sua. Non per difendere Alain Finkielkraut o Pierre-André Taguieff o Alexander Adler, tutti suoi amici, che di quella lista facevano parte. Al contrario, BHL decise di essere benevolo con Lindenberg e di andar giù pesante con gli amici di un tempo, possibilmente ridicolizzandoli. Sempre da bravo opportunista.

O cosa dire del Lévy ammiratore di Dominique de Villepin, all’epoca in cui da ministro degli Esteri s’affannava a difendere lo status quo nell’Iraq di Saddam Hussein?All’inizio BHL si era sforzato di farsi piacere la campagna d’Iraq, ma non c’era riuscito.
Allora Lévy attaccò “questa guerra imbecille e improvvisata dovesse finire domani, il bel lavoro di questi Stranamore disinvolti e incompetenti, ebbri di tecnologia e di morale, e della loro idea messianica di una democrazia paracadutata con i chewing-gum, hanno scelto di rimanere sordi agli avvertimenti dei loro alleati”. E se per i boulevard di Parigi sfilavano quei cortei di sinistra vergognosi e inneggianti al terrorismo qaidista in Iraq, per BHL bisogna ringraziare quella “banda di ignoranti e ottusi che regna nei pensatoi della Casa Bianca, ignoranti della storia, della realtà delle guerre e di quella delle religioni”.

BHL ha una qualità unica, essenziale per emergere nel mondo del giornalismo: si identifica con una causa, la fa sua, la mette al servizio del proprio successo, salvo contraddirsi per sposarne un’altra. Una volta è la redenzione dei poveri del pianeta con l’Action internationale contre la faim. Un’altra volta è la guerra al razzismo con Sos Racisme. Un’altra volta ancora è la militanza per i bosniaci assediati dai serbi (ne nacque un bel film, “Bosna!”, in cui rende omaggio agli abitanti di Sarajevo).
Una vita dunque sempre dalla parte degli oppressi, ma con qualche sbandata reazionaria che BHL ora tende a cancellare dalla propria biografia. Come quando prese posizione in favore dei contras, che in Nicaragua combattevano i comunisti sandinisti.

Mito, logo, icona, BHL è diventato persino parte di un arredamento d’interni, come quando ha preso parte a un servizio fotografico nei suoi quattrocento metri quadrati a Saint-Germain-des-Prés (quartiere storico della crème della “pensée philosophique” parigina), o all’“hotel particulier” di seicento metri quadri con vista sull’Arc de Triomphe.
Ad essersi sottratto al coro a favore di BHL è stato il solo Philippe Cohen, che ha accusato il filosofo-celebrità di aver “seminato per trent’anni, per dimostrazione o per omissione, decine e decine di semiverità o di controverità, come altrettanti sassolini sul cammino della felicità mediatica”. Si sa, per diventare una star ci vuole tanta flessibilità. Così, quando Aleksandr Solgenitsin è in disgrazia, BHL dichiara dalle pagine del Quotidien de Paris che il grande scrittore sovietico non è poi questo grande autore, ma un mediocre. Poi però, quando Solgenitsin diventa il darling dell’anticomunismo, BHL lo definisce “lo Shakespeare dei nostri tempi, il nostro Dante”.

BHL incarna anche i peggiori luoghi comuni francesi. In “American Vertigo”, resoconto di un viaggio in automobile – con autista – che ha intrapreso negli Stati Uniti sulle orme di quello compiuto da Tocqueville (niente meno), emerge tutto il paradosso del filosofo. C’è un passo emblematico della sua profondità: “Un altro incidente, nel pomeriggio, un altro avvenimento che richiama Tocqueville: prostrato da un forte bisogno di fare pipì e stufo di dovermi fermare da Starbucks, McDonald’s e Pizza Hut, (…) ho chiesto a Tim (l’autista, ndr) di lasciarmi vicino a un campo d’erba bagnato dal sole. Avevo appena iniziato, quando dietro di me sento un’automobile che si ferma. Mi volto. E’ un’auto della polizia. ‘Che cosa sta facendo?’. ‘Sto prendendo una boccata d’aria’. ‘Prendere una boccata d’aria è proibito’. ‘Ok, sto facendo pipì’. ‘Far pipì è proibito’. ‘Allora mi dica cosa è permesso?’. ‘Niente, è vietato fermarsi sulle autostrade’. ‘Non lo sapevo’. ‘Ora se ne vada’. ‘Sono francese’. ‘Non me ne importa niente che lei sia francese. La legge è uguale per tutti’”. E pensare che si era richiamato a Tocqueville.

Ma forse per capire BHL basta leggere la sua epopea per quella che è. Quella dell’erede prediletto di Jean-Paul Sartre, a cui BHL ha dedicato un celebre libro-peana, “Il secolo di Sartre”. Altro che l’apologia dell’engagement. Altro che mito delle caves, del Café Flore o del Deux Magots. Durante l’occupazione nazista di Parigi, Sartre fu il più mansueto funzionario della cultura. “Sartre si preoccupava esclusivamente della propria carriera letteraria ed era pronto a scendere a compromessi con le autorità per questo scopo”, ha scritto anche l’americano Michael Curtis in un libro sulla Francia collaborazionista. Sartre scrisse per Comoedia, il settimanale finanziato dai tedeschi, le sue “Mosche” ebbero il beneplacito della censura nazista, occupò la cattedra di Filosofia di un amico ebreo deportato e a una prima brindò con le SS. Anche la sua compagna, Simone de Beauvoir, lavorò alla Radio nazionale nella Parigi occupata, così come Cocteau, Miró, Matisse, Braque e Kandinsky esposero quadri durante il periodo di Vichy.

Il “petit camarade” Sartre, che si recò in Germania nella più totale indifferenza per ciò che gli stava accadendo intorno, dopo la guerra riscrisse la propria immagine di grand résistant. In verità fu un attendista e un approfittatore. Altro che coraggio sartriano per cui di fronte al male si può soltanto collaborare o resistere (BHL ci ha costruito una carriera sopra). Molto meno eroico fu l’atteggiamento dell’intellettuale francese nella Città delle Luci sotto i nazisti. Come quando ha taciuto gli orrori del gulag per non avvilire il morale degli “operai di Billancourt”.
Due opportunisti innamorati di se stessi, Sartre e BHL. Il brutto “anatroccolo” pensante e il “il gran commentatore di tutto”, come Serge Halimi ha definito BHL. Il mentore con la pipa e l’epigono col ciuffo raffaellesco. Entrambi circondati da una adulazione quasi sovietica.