martedì 9 aprile 2013

Thatcher, nostalgia di un leader


di Riccardo Cascioli

“I russi dicono che sono una lady di ferro… E hanno ragione. La Gran Bretagna ha bisogno di una lady di ferro”. Ripercorrendo qualcuno dei suoi più celebri interventi, si capisce con chiarezza quale impatto possa avere avuto Margaret Thatcher, morta ieri a 87 anni, per la Gran Bretagna e nelle relazioni internazionali. Non fosse stata di ferro, non sarebbe riuscita ad emergere in un ambiente - come quello del Parlamento inglese - quasi esclusivamente maschile. Lo era nel 1979, quando andò al governo, lo era ancora nel 1990 quando fu costretta a lasciarlo.
Alcuni dicono che abbia spianato la strada per le donne a capo del governo: c'è da dubitarne, lei è stata un caso unico, tanto è vero che in questi ventitré anni dalla sua uscita di scena nessun’altra donna si è neanche avvicinata a quella posizione.

Risentire oggi alcuni suoi discorsi fa riscoprire una determinazione, una chiarezza di giudizio, una forza di volontà assolutamente eccezionali, e non solo per una donna. Tanto è vero che nessun uomo politico riusciva a tenerle testa in un dibattito, né in patria né fuori. E’ così che ha cambiato profondamente la Gran Bretagna, riconvertendo la mentalità inglese dallo statalismo alla responsabilizzazione dell’individuo. Ha spaccato il Paese per questo: di violenze e contestazioni di piazza nei suoi undici anni di governo ce ne sono state come mai prima, la più famosa di tutte quel braccio di ferro tra il 1984 e il 1985 con il potentissimo sindacato dei minatori che ella riuscì clamorosamente a schiacciare.

E mentre “rifaceva” la Gran Bretagna, passava con la stessa decisione e determinazione attraverso le crisi internazionali più gravi: la guerra contro l’Argentina per il possesso delle isole Falkland/Malvinas, il terrorismo nord-irlandese, il bombardamento della Libia, la Guerra Fredda. Tutte battaglie vinte o comunque condotte senza cedere di un passo davanti al nemico. Anche quando questo si chiamava Comunità europea o Moneta unica. Si è sempre opposta fieramente alla cessione di anche solo un dito di sovranità.
In ogni circostanza ha difeso la patria, i valori occidentali, la democrazia contro ogni tentazione socialista, e incentivato le capacità e responsabilità delle singole persone.

Il che non vuol dire che abbia fatto tutto bene o che le sue scelte non siano criticabili. Tutt’altro: molte sue decisioni sono ancora discusse. Come quelle economiche, ad esempio: il suo piano accelerato di privatizzazioni ha imposto, come conseguenza, dei pesanti costi su parte della popolazione, vedi il caso dei 200mila minatori che hanno visto chiudere la loro attività. Per alcuni esperti le misure furono drastiche ma necessarie: la Gran Bretagna sarebbe morta sotto la pesante cappa dello statalismo se non si fosse intervenuti. Altri invece sostengono che non seppe guardare al lungo periodo, alle conseguenze di quelle scelte: bene le privatizzazioni, ma troppo veloci e senza prevedere la deindustrializzazione e la delocalizzazione che ne sarebbe seguita, e pericoloso dirottamento dell’economia verso la finanza. Così pure la scelta di restare fuori dall’Euro viene periodicamente rimessa in discussione.

Ma non solo l’economia: il patriottismo e il nazionalismo guidarono anche la guerra con l’Argentina che, seppure vinta, continua a suscitare dibattito, non ultimo per il “trucco” con cui fu giustificato l’attacco alla nave argentina Belgrano, quindi, l’avvio della battaglia. Né si può dimenticare che fu proprio lei a trasformare in argomento politico la questione del riscaldamento globale per motivi interni e internazionali (vedi R. Cascioli - A. Gaspari, Che tempo farà, Piemme 2008, pp.112-118): è stata proprio lei a riconoscere nel suo ultimo libro le conseguenze nefaste e non volute di quella scelta, l’ascesa dei movimenti ecologisti dalle tendenze chiaramente socialiste.

Resta però la coerenza con cui ha difeso i valori in cui credeva e che - almeno come principio - sono comuni alla civiltà occidentale. Certamente, si può pensare, fosse stata al governo oggi non l’avremmo vista sbracare davanti alla dittatura del relativismo e del politicamente corretto, dalle pretese islamiche all’imposizione della cultura omosessualista, come invece sta facendo l’attuale premier conservatore David Cameron.

E soprattutto, rileggendo la sua storia, riascoltando i suoi interventi non si può fare a meno di provare un po’ di nostalgia per un vero capo di governo, facendo il confronto con l’Europa di oggi, guidata da nani politici (e non per statura fisica) incapaci di una visione del mondo e del destino del proprio paese che vada oltre le proprie fortune e il prossimo appuntamento elettorale. Si deve tristemente riconoscere che dopo la Thatcher ed Helmut Kohl in Germania, di statisti degni di questo nome in Europa non si è più visto nessuno. E quando poi abbiamo sentito ieri l’ex presidente del Consiglio e aspirante Presidente della Repubblica Romano Prodi, parlare della Thatcher con senso di superiorità attribuendole la responsabilità dell’attuale crisi economica dell’Europa, abbiamo capito in che abisso il nostro Paese sta precipitando.

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