mercoledì 30 giugno 2010

Tambroni


Ricordate quell’estate del 1960 - cinquant’anni oggi - quando i portuali comunisti genovesi fecero crollare il governo di Fernando Tambroni Armaroli, appoggiato dall’MSI?
Io no, non ero ancora nato. Ma Marcello Veneziani sì - e ce ne parla.
Sembrava essersi tutto chetato nel 1960: la guerra fredda, il maoismo. Era un’illusione: i soliti noti (i rivoluzionari) accesero la miccia e… riesplose la guerra fredda, il maoismo inaugurò la rivoluzione culturale, nacque il terrorismo, ecc…
Rivoluzione pure nella Chiesa anche laicale, che inaugurò la prassi tipica del cattolico adulto (di cui ad un precedente post), conosciuta anche come scelta religiosa. Si voleva che il cristiano vivesse di «fede nuda e pura». A parte la domanda “e la ragione?”, si sono visti i risultati: la fede è stata così nuda e così pura che è evaporata, lasciando chiese e seminari vuoti.
La scelta religiosa è un agire interiore e disincarnato, che ha rinunciato alla prassi dei santi. I quali santi certamente pregavano nell’intimo, ma non rinunciavano di certo all’apostolato, alla schietta predicazione della verità, allo studio, all’esternare una cultura. Nemmeno si sono mai sognati di spaccare la sintesi fides et ratio.
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silvio

martedì 29 giugno 2010

Lo vogliamo ascoltare Savonarola, sì o no?


«Se pensiamo ai due millenni di storia della Chiesa, possiamo osservare che […] non sono mai mancate per i cristiani le prove, che in alcuni periodi e luoghi hanno assunto il carattere di vere e proprie persecuzioni. Queste, però, malgrado le sofferenze che provocano, non costituiscono il pericolo più grave per la Chiesa. Il danno maggiore, infatti, essa lo subisce da ciò che inquina la fede e la vita cristiana dei suoi membri e delle sue comunità, intaccando l’integrità del Corpo mistico, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza».

Giornali, agenzie e redattori arrapati, questi giorni, ci avevano reso quasi sordi per la questione della pedofilia in Belgio: Persecuzione, persecuzione! Vicenda gravissima (CEI)! Polizia Belga peggio dei comunisti (Bertone)! Ecco le forze che da sempre combattono la Chiesa (Lèonard)! Vergogna, prendersela con la Chiesa! Vergogna! Vergogna!
Non che non ci sia la persecuzione, intendiamoci, ma per fortuna Benedetto XVI non è come Alessandro VI, che se ne infischiò delle parole del Savonarola e preferì bruciacchiarlo ben bene. Quella spocchia la pagò cara il Papa: lui e la Chiesa, così male amministrata.
Forse il Papa sta realizzando che il buonismo non paga. Anzi paga molto, visto che - per la mancanza di severità e autorevoli punizioni - il Vaticano dovrà risarcire le vittime della pedofilia con parecchi milioni di euri. Vuoi vedere che trasferire i poveri preti pedofili da una diocesi all’altra è stata un’emerita fesseria? Vuoi vedere che la crudele ma efficace pratica di scuoiare vivi a frustate i reprobi (prima che sputtanassero il Corpo Santo) non era poi un’idea tanto campata in aria?
Ah! Il caro vecchio dolce buonismo conciliare, inaugurato dal Papa Buono! Ma come sono stati buoni questi pretini conciliari e concilianti! Se avessero sentito il panzerkardinal dire che esistono «Comunità che patiscono l’influenza di dottrine fuorvianti», lo avrebbero trasferito con un delizioso rimbrottino.
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silvio

Sillon


In questa sede avevamo già affrontato la questione (qui, qui) di quella fucina di errori modernisti che è stato il democratismo silloniano.
Ideologia forgiatasi nel movimento francese Solco (Sillon) all’inizio del secolo XX, riconducibile appunto agli errori del modernismo e del socialismo. Il pontefice regnante allora, San Pio X, non poteva non replicare al Sillon, sintetizzandone punto per punto le difformità con il Magistero. La replica pontificia, ovviamente redatta in francese, è contenuta nella Notre charge apostolique, del 25 agosto 1910 - tra due mesi cade il centenario.
Ci dà un quadro esauriente della questione Massimo Introvigne, che rileva la sostanza del cosiddetto cattolicesimo adulto. O meglio dell’errore alla base del cattolicesimo adulto: il cristianesimo democratico, che considera come ultimo orizzonte del cristiano non il Vangelo, ma la politica nella forma della democrazia “che guarda a sinistra”.
È quasi inutile ribadire - se n’è parlato a profusione in questa sede - quanto il postconcilio, nella forma modernista e cattoadulta, abbia danneggiato la Chiesa, protestantizzandola massicciamente.
E ne riparleremo senz’altro, perché oramai nella Chiesa c’è una sorta di resa dei conti - spero finale.
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silvio

domenica 27 giugno 2010

Fallimenti pastorali


Se dico che il Concilio Vaticano II ha fallito il suo progetto pastorale, dico un’eresia?
No, perché un Concilio può anche fallire nel governo della Chiesa, ma non può fallire sull’ortodossia.
Un esempio? Concilio di Nicea (325 d.C.) convocato per combattere l’eresia di Ario (dimensione pastorale) e per definire alcune verità di fede (dimensione magisteriale).
Fu debellato l’arianesimo? Nemmeno per sogno. Ario fu richiamato dall’esilio e l’arianesimo dilagò. Il vescovo ariano Wulfila, addirittura, eccellente evangelizzatore, evangelizzò talmente bene che i goti si convertirono in massa. All’arianesimo, ovviamente. Tutta la germanitas barbara fu ariana. Se Clodoveo il cattolico non avesse tamponato la situazione, forse Ario avrebbe trionfato anche nella latinitas.
Sotto il profilo pastorale - come è d’uopo dire oggidì - il primo Concilio di Nicea fu un fallimento totale. Di fallimenti conciliari, poi, è piena la storia e qui mi taccio.
Anzi concludo e affermo: il Concilio Vaticano II ha fallito il suo progetto pastorale.
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silvio

Pensiero della Domenica - 113


A cura del sito “Vie dello Spirito

XIII^ domenica del Tempo Ordinario

"Il Figlio dell'Uomo non ha dove posare il capo..."

Durante il Tempo Ordinario, il colore liturgico dei paramenti del celebrante è il verde, che caratterizza le domeniche ordinarie, ossia senza nessuna ricorrenza particolare. Ci accompagna sempre l'evangelista Luca che descrive anche i particolari organizzativi dei viaggi apostolici del Cristo. Gesù era in missione con i dodici ed altri discepoli, e manda avanti alcuni a preparare vitto e alloggio."…Entrarono in un villaggio di Samaritani"; era uno dei villaggi di confine della Samaria,tra la Galilea a nord e la Giudea a sud. [leggi tutto]
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Don Lucio Luzzi

venerdì 25 giugno 2010

La Chiesa cattoadulta del piagnisteo

La Chiesa di Pietro Valdo, di don Tonino Bello, dei cattoadulti e, ultimamente, del vescovo Giuseppe Casale dovrebbe essere una Chiesa povera - in spirito, certamente, ma soprattutto di danari.
Non poteva non smontare quest’idea bislacca - che fu anche condannata come errore teologico - il fustigatore eccelso Giuliano Ferrara, che fa una sacrosanta apologia della Chiesa ricca. Ricca d’ironia, di libri, di amore per la vita. E povera di piagnistei.
Il cattoadulto è convinto di fare della «vera profezia [..] che si fa protesta, stimolo, proposta, progetto», così come scrive don Tonino Bello. La vera profezia cattoadulta dev’essere silenziosa (primariamente), poi dialogante, tollerante e melliflua, quasi soporifera. Infine deve scendere ad ogni sorta di compromesso con il mondo, le sue mode e le sue utopie.
Ferrara invece è convinto della non ragionevolezza di una Chiesa - fino a prova contraria fondata sull’«Incarnato» - che sia, «intimista», «spiritualista»… insomma: «protestante».
Di questa chiesetta inconcludente «che si libera con Dio da Dio», Ferrara - e noi ci accodiamo entusiasti - non sa proprio che farsene.
Nemmeno si capisce bene cosa mai possa voler dire il cattoadulto quando parla di profezia, tanto il vocabolo è insipido e disincarnato. Una profezia tiepida tiepida; antiapocalittica. Nauseante.
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silvio

Retta coscienza e coscienza erronea


Più volte in questa sede si è parlato di uno degli errori scaturiti dall’idealismo prima, dal liberalismo dopo e, ultimamente, dal modernismo. Il ritenere, cioè, che la coscienza umana possa avere una funzione “creatrice”, in relazione alla distinzione tra bene e male.
Il Magistero - supportato dalla migliore filosofia e teologia, patristica e scolastica - insegna che nel sacrario della coscienza si può primariamente udire la voce di Dio, circa il bene da fare ed il male da evitare e, nel momento successivo, la persona decide per mezzo del proprio libero arbitrio se aderire al bene o al male. In nessun caso la coscienza è chiamata a forgiare una propria idea morale privata sulla base di pulsioni o convincimenti soggettivi ed agire in ossequio a questo autonomo giudizio. Anche perché la coscienza è capace di dare giudizi prudenti, se rettamente formata, o giudizi erronei, se in disaccordo con la ragione e la Legge divina e naturale (CCC nn. 1776-1802).
Proprio su queste basi, Stefano Fontana, nuovo direttore di Vita Nuova, propone un’interessante riflessione su cosa sia «la coscienza nel senso cattolico».
Fontana non nega che i temi etici più delicati debbano essere soggetti a «discussione». Nega invece che la discussione porti a concludere che su un particolare tema non ci sia una verità oggettiva, ma una serie di opinioni tutte dello stesso peso. No: la coscienza deve essere umile, razionale e pronta a ricevere da Dio piena «capacità di vero e di bene, che si esprime anche nel cosiddetto buon senso e nella fede dei semplici […] La ragione e la fede servono a questo».
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silvio

Ancora su Galileo Galilei


È il caso di precisare che la scoperta di Galileo è più importante di quanto si possa pensare. Il fatto, cioè, che la quantità numerica da contingenza accidentale diventi parte integrante e necessaria della sostanza aristotelica, non è più una scoperta limitata alle scienze dianoetiche, ma investiga direttamente anche la metafisica epistemica.
Se, infatti, il numero è in una qualche relazione con la sostanza o con l’essenza (o con la natura) delle cose, allora il numero è anche in relazione con le realtà soprannaturali, perché le essenze (idee platoniche) sono concepite trascendenti. Quindi il numero o quantità ha una qualche relazione diretta anche con la sostanza di Dio. A ragione, pertanto, Galileo comprende di aver individuato una verità decisiva non soltanto per la scienza empirica e sperimentale (dianoetica), ma pure per l’approccio ad un discorso filosofico sulla realtà universale, naturale e soprannaturale. Insomma, per mezzo della quantità numerica diventa lecito “misurare” tanto la fisica quanto la metafisica.
Sopraggiunge, però, nella speculazione galileiana un equivoco, forse dovuto al troppo entusiasmo dello scienziato, che segnerà tutta la storia del pensiero futuro. Così come la dianoia fa parte della conoscenza epistemica in quanto vestibolo della scienza somma (episteme), anche il numero o la quantità numerica ci informa delle sostanze soprannaturali, in quanto vestibolo delle ragioni eterne. Galileo, però, sembra convinto che il numero esaurisca totalmente la realtà degli enti naturali e soprannaturali, al punto che la Rivelazione divina soprannaturale dev’essere, secondo lui, interpretata alla luce dell’esperimento rigoroso e matematico. Lo scienziato non si limita ad affermare l’importanza della logica matematica come mezzo per accedere alla comprensione del mondo iperuranio, in attesa di una metalogica più adatta. No. Galileo crede di poter accedere all’abisso dell’eternità con gli strumenti della creatura.
Crede che basti contare per comprendere Dio, a prescindere dalla Grazia. Crede che il cervello di Dio differisca da quello umano perché è più pesante o più grande. Malinteso dei malintesi.
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silvio

giovedì 24 giugno 2010

Sul caso Galilei


Ho integrato l’articolo di Hayal’el con qualche mia elucubrazione, qua di seguito.

Sì, il problema è tutto teologico. Si può anche chiedere aiuto a Platone e Aristotele.
Galileo è tratto in inganno (teologico) dalla sua scoperta epocale: il numero, la quantità che, da accidente, diventa elemento sostanziale della realtà. La scoperta è talmente importante che Galileo interpreta tutta la realtà - anche la soprannaturale - con il numero.
Con Galileo la differenza tra la conoscenza umana e divina è unicamente quantitativa: sono meno sapiente di Dio perché non conosco tutte le quantità e le leggi dell’universo, ma se un giorno le conoscerò io saprò sull’universo tanto quanto ne sa Dio (“libro della natura scritto con i numeri”).
Ma questo è un abbaglio: la differenza gnoseologica tra l’uomo e Dio non è solo quantitativa, ma soprattutto qualitativa (legge dell’amore).
Detta in termini platonici: Galileo, giustamente galvanizzato dalle sue scoperte, crede che per raggiungere l’Episteme (la Scienza suprema) siano più che sufficienti le scienze dianoetiche (fisica, chimica, ecc…), poste da Platone al penultimo scalino prima dell’intellezione massima noetica. Galileo, cioè, cancella l’ultimo scalino (metalogica noetica, nous) e lo sostituisce con il penultimo (dianoia), perché ritiene la semplice logica sufficiente a comprendere il mistero di Dio!
Questo modo di pensare è doppiamente sbagliato: non solo Galileo vuole entrare nella teologia con la logica comune ma - ancora peggio - si convince che il numero sia sufficiente alla teologia (non che il numero non sia necessario alla teologia, ma non è certamente sufficiente).
Da qua lo scientismo. Non esistono più le scienze regionali, ma la Scienza - che non è più la metafisica o la teologia, ma la scienza sperimentale e matematica.
Una sostituzione originata da un abbaglio.
La mia fatica sul web è anche per contrastare questo enorme malinteso del pensiero moderno e contemporaneo.
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silvio

mercoledì 23 giugno 2010

Epistemica russa


Finalmente, in ristampa, La colonna e il fondamento della Verità di Pavel Aleksandrovic Florenskij (San Paolo, 2010). L’edizione del 1998 (Rusconi) era andata esaurita da tempo.
È un saggio di teodicea, ovvero Florenskij prende le difese di Dio. È il capolavoro dell’autore.
Prima però di farsi travolgere dall’entusiasmo e volare a comprare il tomo - libro assolutamente da consultare, almeno, perché ha molta affinità con l’Epistemica - alcune avvertenze, per leggere, sì, ma in modo critico:
  
1) L’Autore è russo. La Russia non ha avuto un medioevo luminoso e scientifico quanto l’Occidente, ma buio e illetterato. Ovvero, la Russia è saltata dall’epoca antica e patristica direttamente all’epoca moderna. Non ha conosciuto la schola e l’universitas medievali latine. Non ha conosciuto la grande teoresi filosofica, scientifica e teologica occidentale. Ergo, teologi e filosofi del XIX-XX secolo - e Florenskij è tra questi - non possono non avere avuto una formazione imbevuta di occamismo, idealismo, kantismo, hegelismo, ecc…
  
2) L’Autore è uno slavofilo: il suo orizzonte è la grande e santa Russia. L’Occidente e la Chiesa Romana d’Occidente sono viste con grande sospetto. In particolare lo slavofilismo accusa la Chiesa di Roma degli errori di razionalismo e apollinarismo.
  
3) Quindi, l’Autore ha composto un’opera dove la sensibilità soggettivista-esperienziale prevale sulle forme classiche della teologia tomista oggettivista-razionale. Uno stile della specie di un Don Giussani ante litteram, per capirci.
Buona lettura.
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silvio

martedì 22 giugno 2010

Carta canta


Ma guarda la coincidenza. Oggi è il compleanno della Sacra Congregatio de Propaganda Fide, costituita il 22 giugno 1622 dal Pontefice Gregorio XV.
Il suo motivo d’essere - della Congregazione, non di Gregorio XV - non è precisamente quello di fungere da «“immobiliare” del Vaticano che trova casa ai vip», così come ironizza l’Unità. Non si può dire che Propaganda Fide abbia dormito, lungo i secoli. Se il mondo conosce Cristo è per la grande vitalità che il carattere apostolico di Santa Romana Chiesa ha sempre palesato, anche molto prima del XVII secolo.
Ma la Chiesa - va chiarito apologeticamente - non può fare a meno del danaro fin dai tempi del Fondatore. Gesù era vestito assai dignitosamente; gli apostoli pure (giravano persino armati, anche dopo l’incontro con il Maestro). Si teneva una cassa comune e il Cenacolo, ampio e decoroso, si trovava al piano superiore di una casa evidentemente non piccola. Non parliamo poi della comunità cristiana che, dopo la morte e risurrezione del Cristo, metteva beni e danari in comune.
La povertà risiede nel cuore, nel senso che l’amore richiede un attaccamento al danaro nullo - non debole, nullo. Sono dunque tutti così i cristiani? Poveri e amanti del prossimo? No, ovviamente. E fin dall’inizio: i frutti delle elemosine erano affidate a Giuda Iscariota, al quale però non importavano i poveri «perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro» (Gv 12, 6).
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silvio

lunedì 21 giugno 2010

Tre battagliere crociate


Tre argomenti di profonda riflessione:
 
1) Oggi è il dies natalis di San Luigi Gonzaga. Contro chi pensa che lo spirito della crociata non appartenga alla Chiesa, ecco un bel ritratto del soldato di Cristo mantovano.
 
2) Siamo alle solite. Affaire cardinal Crescenzio Sepe. Come di consueto, la curia esterna considerazioni esattamente opposte al pensiero del Papa. Mentre padre Federico Lombardi c’informa della «stima» e «fiducia» per il porporato, il Pontefice tuona: «Il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. […] Chi vuole soprattutto realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell'opinione pubblica». Sandro Magister sottolinea che il Papa ha visto giusto.
 
3) L’Europa vera non ci sta. Non può digerire la prepotenza n-euro-illuminista parruccona. Armenia, Bulgaria, Cipro, Grecia, Lituania, Malta, Principato di Monaco, Repubblica di San Marino, Romania e Federazione Russa (Stati membri del Consiglio d’Europa) si schierano con l’Italia, che è ricorsa contro la decisione di quattro gatti imparruccati di togliere il Crocifisso dai luoghi pubblici. Anche gli ortodossi si schierano con i cattolici, dunque, e danno battaglia.
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silvio

domenica 20 giugno 2010

Pensiero della Domenica - 112


A cura del sito “Vie dello Spirito

XII^ domenica del Tempo Ordinario

Il Figlio dell'Uomo deve soffrire molto

In questo giorno del Signore siamo chiamati a rinnovare, come Pietro e gli apostoli, il nostro atto di fede in Cristo Gesù, riconoscendolo come Signore della storia e della nostra vita. Le giornate del Messia sono intensissime. Continue sono le esigenze della folla che lo segue. Ma Lui non si limita ad accontentarli ed in ogni occasione indica la via della salvezza e senza mezzi termini invita ognuno a portare la propria croce. E' dopo la sofferenza che arriverà la gioia, la felicità. L'operato di Gesù è variamente interpretato dalla gente. [leggi tutto]
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Don Lucio Luzzi

venerdì 18 giugno 2010

Agghiacciante intervista al ginecologo Valter Tarantini

Riporto qui l’agghiacciante intervista al medico ginecologo Valter Tarantini. Alla base della tragedia di questo medico sta la mancanza di speranza di quella speranza che solo chi confida in Dio può ritrovare La risposta più efficace a questo medico la si può trovare nell’enciclica Spe Salvi al punto 36 : “Come l'agire, anche la sofferenza fa parte dell'esistenza umana. Essa deriva, da una parte, dalla nostra finitezza, dall'altra, dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile. Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche. Sono tutti doveri sia della giustizia che dell'amore che rientrano nelle esigenze fondamentali dell'esistenza cristiana e di ogni vita veramente umana. Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza. Questo potrebbe realizzarlo solo Dio: solo un Dio che personalmente entra nella storia facendosi uomo e soffre in essa. Noi sappiamo che questo Dio c'è e che perciò questo potere che « toglie il peccato del mondo » (Gv 1,29) è presente nel mondo. Con la fede nell'esistenza di questo potere, è emersa nella storia la speranza della guarigione del mondo. Ma si tratta, appunto, di speranza e non ancora di compimento; speranza che ci dà il coraggio di metterci dalla parte del bene anche là dove la cosa sembra senza speranza”…
Ecco quanto è bello il magistero della Chiesa ed è bello perché è vero, parla al cuore di ogni uomo
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roberto

L’editrice Fede & Cultura apre le prime librerie


Intervista del direttore, il prof. Giovanni Zenone

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 15 giugno 2010 (ZENIT.org).- L’editrice Fede & Cultura (http://fedecultura.com), sorta nel 2005, pur essendo piccola, dedicata a un mercato di nicchia, e pur pubblicando titoli scomodi, non omologati alla cultura dominante, è già fin dal primo anno di nascita in attivo.
La casa editrice è passata dalla pubblicazione di pochi titoli, a 50 novità annue. Parte dei profitti viene investita in pubblicità e soprattutto in un progetto per aprire una rete di librerie con le stesse caratteristiche di coerenza e coraggio.
Venerdì 18 giugno alle ore 19:00 verrà inaugurata e benedetta la prima libreria di Fede & Cultura a Verona (Viale della Repubblica, 15). Nel contempo un'altra libreria di Fede & Cultura verrà aperta a Desenzano del Garda (nel Duomo di via Roma, 5).
Incuriositi dalla singolarità di questo fenomeno editoriale, ZENIT ha intervistato il prof. Giovanni Zenone, Direttore di Fede & Cultura.
Lei è dottore di ricerca in Filosofia, visiting professor presso l’Istituto Filosofico e Teologico di Scutari (Albania) e professore di Religione Cattolica a Verona. E’ giovane ma ha già una famiglia numerosa con cinque figli. Come e perché ha deciso di fondare la casa editrice Fede & Cultura?
Zenone: Perché era difficile trovare libri davvero cattolici, anche nelle librerie cattoliche. Insieme ad alcuni giovani amici cattolici, giornalisti e saggisti, avevamo difficoltà a farci pubblicare. Ho pensato semplicemente che forse fosse il caso di auto-pubblicarci. Tutto è poi cominciato col libro (“In quella casa c’ero anch’io”) di un santo e anziano sacerdote di Verona, don Ferdinando Rancan, per il quale egli stesso ci ha prestato i soldini per la pubblicazione. Da lui viene anche l’idea del nome: un modo per coniugare due realtà, la fede e la cultura, che il mondo laicista vuole dividere a tutti i costi, ma che noi cattolici sappiamo essere unite. Da allora è stato un crescendo che ha portato alla pubblicazione, in quattro anni e mezzo, di 160 titoli. Oggi pubblichiamo un libro a settimana e Fede & Cultura è diventata il punto di riferimento del cattolicesimo autentico, cioè quello fedele al Papa. [leggi tutto]
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roberto

giovedì 17 giugno 2010

Per chi suona la campana


Volesse il Cielo che queste siano le comiche finali di uno stillicidio storico cominciato con un grosso equivoco e naufragato nel caos.
Allora, in Spagna i mussulmani chiedono l’apertura della Chiesa, nel senso che vogliono «le chiavi della cattedrale» di Cordoba (che faccio, rido?). Ovviamente il vescovo Demetrio Fernández González, non sentendo spirare lo spirito del concilio, sbatte la porta in faccia ai mori e chiude il chiavistello a doppia mandata.
Tranquilli: questo non basterà assolutamente a far capire ai don Chichì postconciliari il significato del sostantivo “opportunismo islamico” - e non solo islamico. Anche un cieco nato constata che il diaologo interreligioso (o anche l'ecumenismo) concepito nell’ultimo mezzo secolo è un’utopia, altrimenti detta ciofeca pazzesca. Nessun frutto, com’era prevedibile, ma solo islamizzazione, protestantizzazione, giudeizzazione e financo ortodossizzazione della Chiesa. Questa deformata, quelli (i culti) nemmeno una pieghina. Bel naufragio. Complimenti.
L’opportunismo paga, così come la mollezza. I fatti stanno lì, manifesti, evidenti, cristallini. I mussulmani le tentano tutte a Cordoba - e non solo a Cordoba. Si sperticano in salamelecchi, smaniando un «uso condiviso ecumenico» della Cattedrale, affinché la Chiesa «si mostri aperta e dialogica». Hanno capito che sinfonia suonare, a chi suonarla e chi sono i suonati.
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silvio

La contraddizione non giova alla Chiesa


«Anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via.»

Sottoscrivo tutto, parola per parola.
Una cosa però non la capisco. Come si conciliano queste affermazioni con queste altre?:
«Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore […] Non perché manchino dottrine false, opinioni, pericoli da cui premunirsi e da avversare; ma perché […] oggi gli uomini sembrano cominciare spontaneamente a riprovarle…»

Azzardo la risposta: non si conciliano affatto.
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silvio

Si vultis habere dulcedinem fructus crucis…


«Nella via della Croce, soltanto il primo passo costa. […] La Croce è il libro più sapiente che si possa leggere. […] Quanto più si è alla sua scuola, tanto più si vuole rimanervi. Il tempo vi passa senza noia. Si sa tutto quello che si vuole sapere, e non si è mai sazi di ciò che vi si gusta. […]  Bisogna chiedere l’amore per le croci: allora diventano dolci.»
San Giovanni Maria Vianney

Sono nella fase delicata di dovermi fidare delle croci che mi vengono. In effetti le parole del Curato d’Ars si realizzano, se mi trovo o rimango nella preghiera. In caso contrario, le croci riacquistano il loro peso e soprattutto l’inquietudine, che è una buona parte del peso delle croci quotidiane.
Nella preghiera, dicevo, mi sembra di entrare in una caverna in penombra, dove tutto è quiete e riposo. La stranezza è che la croce non scompare, ma si trasforma in qualcosa di simile ad una pianta antica e mistica. Tutto questo avviene non in visione, ma in sensazione, che differisce dalla sensibilità per una propria estesìa metarazionale.
Comunque, al posto delle parole aspetto il momento in cui le parole non siano più necessarie. È allora che la navigazione entra per mari oscuri e calmi.
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silvio

martedì 15 giugno 2010

“Peccato originale: problema politico”


«Il peccato originale è una visione del mondo. È la visione del mondo non solo più illuminante, ma anche più incoraggiante. […] Trova l’origine del male nell’uso sbagliato della volontà, e quindi dichiara che può eventualmente venire corretto utilizzando in maniera propria la volontà.»
G. K. Chesterton, The Thing: Why I Am a Catholic

Il nuovo direttore di Vita Nuova, Stefano Fontana, parte alla grande. Dopo avere esposto il centro del suo programma - ridare credibilità alla Chiesa, da molti separata dal Vangelo - e presentato sé stesso, Fontana offre un primo interessantissimo articolo, tratto dal suo ultimo libro, Parola e comunità politica. Saggio su vocazione e attesa (Cantagalli 2010).
La tesi dell’articolo è notevole: le ideologie moderne, che traggono la speranza di salvezza umana dall’uomo stesso, sono originate dalla negazione del peccato originale. La dimostrazione più elegante è in Étienne Gilson, interpretato da Augusto Del Noce: per il fatto stesso che il medioevo abbia sviluppato non solo una teologia ma un’autentica “filosofia cristiana”, ne consegue che per l’accesso ad una filosofia superiore non è sufficiente il lume naturale della ragione, ma è necessaria la grazia. È evidente quindi che la natura umana è corrotta, giacché se non lo fosse sarebbe in grado di conoscenze superiori senza alcuna assistenza divina.
In altre parole, «la fede può sprigionare conoscenze che la ragione non è di per sé in grado di esprimere». Acutissima osservazione.
La negazione del peccato originale, scrive Fontana, genera quindi quattro conseguenze nefaste nella modernità che, inevitabilmente, investono la dimensione sociale e politica: 1) illusoria autosufficienza umana; 2) schizofrenica ricerca di mutare la natura umana ritenuta assoluta e indissolubile; 3) presunta inutilità della grazia; 4) distacco della dimensione razionale dalla fede e conseguente costituzione di un’etica autonoma dalla Rivelazione.
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silvio

lunedì 14 giugno 2010

In medio stat virtus


«Il costruttore deve porre ogni pietra sul fango […] Il fango è l’umiltà perché è fatto con la terra, che è sotto ai piedi dei tutti. Il coronamento [del tetto - ndr] è l’umiltà. Essa infatti è corona e custodia di tutte le virtù. E come ogni virtù dev’essere accompagnata dall’umiltà […] così anche la perfezione delle virtù ha bisogno dell’umiltà.»
Doroteo di Gaza, Istruzione sull’umiltà, XIV, 151

Un breve appunto sulla volontà. La santa prassi di attendere la grazia per agire bene - «senza di me non potete far nulla» (Gv 15, 5) - non deve mai essere un pretesto che blocca l’atto morale o ne rimanda l’insuccesso ad una condizione di incapacità perpetua a fare il bene.
Così come il pugile: attende una perfetta forma per vincere e si nutre adeguatamente, ma l’atto di volontà che genera l’azione non può essere deferito all'allenamento e al cibo. È lui stesso che, di propria iniziativa, innesca e conclude l’azione. Allo stesso modo, lo Spirito Santo inclina al bene per mezzo dei doni e ricostruisce la natura umana danneggiata dalla colpa adamitica, solamente però durante l’atto morale umano, che rimane esclusiva iniziativa della volontà personale. Questo a motivo del libero arbitrio.
Esempio: «onora il padre e la madre». Sono da evitare due estremi. Il primo estremo è il giustificazionismo: sono persuaso che non potrò mai realizzare questo precetto, perché sono un peccatore irrecuperabile. Se sbaglio, mi pento, mi confesso ed ottengo il perdono. Però non cresco sulla via della virtù, perché mi autogiustifico sempre. Questa convinzione porta alla paralisi dell’azione.
Il secondo estremo è il fariseismo: sono persuaso di essere perfettamente in grado, con le mie forze, di realizzare il precetto. La mia vita si riduce all’azionismo esasperato, nell’illusione che la salvezza si ottenga realizzando un’infinità di norme e precetti.
In medio stat virtus.
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silvio