giovedì 31 gennaio 2008

San Giovanni Bosco

Oggi si festeggia il santo piemontese.
Don Bosco muore all'Alba del 31 Gennaio 1888. Il messaggio educativo si condensa attorno a tre parole: ragione, religione, amorevolezza. Alla base del suo «sistema preventivo» c'è un profondo amore per i giovani, chiave di tutta la sua opera educativa.
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roberto
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È possibile parlare brevemente di Don Bosco senza tralasciare gran parte degli aspetti più significativi della sua vita?
Possibile, ma difficile. Assai difficile.

Quindi, solo qualche breve considerazione.
Non è obbligatorio per un santo realizzare parecchio, vedere i frutti dell’opera di Dio, divenire in breve tempo l’icona - l’archetipo - del parroco, del quale si è certi trovare sempre la disponibilità a dare un consiglio, un rimprovero mai finalizzato alla mortificazione o allo svilimento, un aiuto allo spirito che non sia di facciata.

Ma Don Bosco ebbe il dono e la vocazione della visibilità, della capacità di edificare, come del resto si richiede al ministero sacerdotale.
Li ebbe in dono e li fece fruttare. Ci mise del suo, cioè. La fatica, le scomodità, le umiliazioni, le persecuzioni anticlericali del Risorgimento ottocentesco.

Non posso dire “Don Bosco diceva…”, perché ne ha dette molte e su tutto.
Vi rimando ad una raccolta dei suoi pensieri.
E ne ricordo uno:
«Il dogma va predicato.
Esso è la sostanza della nostra Religione, quindi è necessario che i fedeli ne siano istruiti e lo conoscano: esso ha relazione intima colla morale.
Il dogma va predicato: 1) perché esso è la parte più nobile e vitale della religione; 2) il dogma è il segno, il carattere con cui il fedele si distingue dall’infedele; 3) il dogma è germe delle virtù soprannaturali; 4) il dogma è la materia della nostra fede: perché “fides est sperandarum substantia rerum”, dice san Paolo, “non apparentium”; e deve essere noto ai fedeli, affinché possa essere esercitata la loro fede; 5) il dogma dimostra la relazione che passa tra le verità naturali e le soprannaturali. Supera la forza della ragione, ma non è mai contrario a questa. Vi è tal nesso tra le verità dogmatiche, che negata una logicamente si dovrebbero negare tutte. 6) Il dogma va predicato, perché nutrisce l’umiltà che è il fondamento della vita morale. É la sottomissione dell’intelligenza a Dio rivelatore e alla Chiesa docente

(IX,733-4)
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silvio

mercoledì 30 gennaio 2008

Legge 194 - 8

Sempre più massiccia l’adesione alla moratoria sull’aborto, organizzata da Giuliano Ferrara.
Un fiume inarrestabile di lettere, quotidianamente pubblicate da Il Foglio.
Oggi, ad esempio, è riportata la dichiarazione del vescovo e segretario della CEI, mons. Giuseppe Betori.
Tra le altre cose, sintetizza l’intera iniziativa dicendo che «la moratoria sull’aborto è un invito a immettere nella Dichiarazione universale dei diritti umani il concetto di protezione del concepito; ad appoggiare azioni internazionali di ostacolo all’aborto imposto da parte dei governi che vogliono, attraverso di esso, pianificare le nascite al proprio interno; all’interno della situazione italiana, far sì che gli aborti siano sempre meno e che possibilmente non ce ne sia nessuno».

«Ciò significa», continua Betori, «da una parte dare piena attuazione agli articoli uno, tre e cinque della legge 194, perché le donne abbiano la libertà di non abortire, che è la vera libertà. Dall’altra, la capacità di favorire un clima culturale che aiuti a percepire la gravità di tale atto, cosicché l’aborto non venga rivendicato come una vittoria, ma sia percepito come una sconfitta: della donna, della famiglia e della società».

A Il Foglio si collega la web-radio On the air, che propone una propria moratoria, con tanto di portale: Fratello embrione. In esso troverete parecchi approfondimenti e l’opportunità di firmare a favore del progetto.
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silvio

martedì 29 gennaio 2008

Vocazione alla virilità (valido anche per le donne)

«Se sarete ciò che dovrete essere, metterete fuoco in Italia e nel mondo intero»
S.Caterina da Siena

Il fatto di non realizzare la propria vocazione va ricercato nella nostra allergia alla fatica.
La vocazione - Dio che ci chiama per nome, ci sveglia, ci stima - non è un soddisfacente e comodo collocamento in un qualche settore del mondo, misurato alle nostre potenziali capacità.
Quello che veramente dovremmo fare ha molte somiglianze con ciò che è stucchevole, tedioso, scomodo.
Per questo motivo fuggiamo, in fondo, dal nostro stesso essere e ci illudiamo di trovare quello che cerchiamo dove non potrà mai essere.
Così, evitando ogni maturo sacrificio, restiamo infantili dinnanzi alla vita e pateticamente maestosi dinnanzi a Dio, invece di essere fanciulli con Dio e uomini virili in faccia al mondo.

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silvio

lunedì 28 gennaio 2008

Rimpiangere De Amicis?

Tornando da scuola, uno dei miei figli mi ha detto che la maestra aveva letto in classe qualche passo del libro “Cuore”. La prima reazione, la più spontanea in fondo, è stata di sorpresa mista a una certa gioia. La seconda, più meditata e razionale, è stata di sconcerto e rammarico. Perché provare oggi un moto di felicità, seppur piccolo, nel sapere che qualcuno oggi, soprattutto in scuole più o meno cattoliche, si prende ancora la briga di raccontare quelle storie scaturite dalla felice penna del massone De Amicis? In effetti, qualcuno ha definito “Cuore” un piccolo trattato di massoneria per il popolo, e a ragione. Nell’Italia post-unitaria in cui, per dirla con D’Azeglio, c’era da “fare gli italiani”, era assolutamente necessario creare una nuova mitologia basata sul culto della patria e della nazione. Si dovevano gettare le basi per una religione civile che sostituisse quella ormai radicata da secoli nel cuore del popolo, quel cattolicesimo che da sempre ha costituito l’unico vero collante di una gente altrimenti divisissima per tradizioni, stile di vita e quant’altro. Le élite massoniche – in cui De Amicis era perfettamente inserito – si dedicarono così a un’imponente opera di conquista dei “cuori e delle menti”, in cui l’opera di De Amicis ricoprì un ruolo essenziale. Le piccole vedette lombarde, i tamburini sardi, i rozzi Garroni simbolo dell’Italia meridionale da educare al nuovo verbo del monarchico Piemonte diventano così teste di cuoio per scardinare ed entrare nel cuore ancora cattolico degli italiani, aprendo la strada a quel processo di scristianizzazione in cui il sistema scolastico ha giocato un ruolo impressionante nei decenni a seguire. E tuttavia, quel mito della religione civile di natura massonica, quegli ideali di patria e fratellanza, del duro lavoro per dare un futuro ai propri figli, il senso dell’unità di tutti gli studenti provenienti da ogni regione italiana intorno alla figura del maestro, nuovo sacerdote laico del culto della “Nuova Italia”, mi sembrano oggi quasi da rimpiangere– purtroppo – se equiparati al grande nulla che domina oggi la scuola italiana. Un nulla che è l’esito finale della “rivoluzione” sessantottina e del democristianismo burocraticheggiante che hanno imperversato negli ultimi anni nel sistema educativo italiano. Neanche De Amicis avrebbe voluto vedere ridotta così la scuola italiana.
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Paolo

Legge 194 - 7

Non perdetevi, nemmeno se avete le doglie, l’intervento di stasera a Otto e mezzo (La7), condotto da Giuliano Ferrara e Ritanna Armeni. Ore 20:30 ovviamente.
Ospite, il cardinale Camillo Ruini, che non le manda a dire sull’aborto.
In calce alcuni suoi passaggi:

«Le donne veramente libere non abortiscono. La donna in molti casi abortisce proprio perché non è libera e la si rende tale se le si dà la possibilità concreta di non abortire».

«L'aborto è un dramma per la donna, per il marito, per tutta la famiglia. È questo il modo corretto di porsi di fronte a ciò».

La 194 è una legge «intrinsecamente cattiva, che autorizza l'uccisione di un essere umano innocente. Ma esiste il gioco democratico: se una legge viene approvata dal Parlamento possiamo dire che non ci piace, che è ingiusta, ma non incitiamo alla rivolta».

«Altra cosa è se i cattolici si fanno promotori di leggi eticamente sbagliate […] Un tempo i democristiani soccombevano in Parlamento, ma non si facevano promotori di iniziative legislative contrarie alla dottrina cattolica».

Per quanto riguarda la proposta di una moratoria internazionale dell'aborto Ruini si è detto «totalmente d'accordo. Credo che in Italia ci sia una piena convergenza tra le forze politiche. Non si può imporre l'aborto con una legge dello Stato».

«Non uso la parola omicidio [riguardo all’aborto - n.d.r.], ma per essere chiari e non confondere la realtà non si deve nemmeno parlare di interruzione volontaria di gravidanza. Il linguaggio non deve occultare la realtà. La Chiesa non ha un atteggiamento persecutorio e ostile, ma caritatevole. Negli anni passati, 85 mila aborti sono stati evitati grazie all'intervento dei Centri di aiuto alla vita».

Resta «il diritto-dovere della Chiesa a intervenire su questioni pubbliche. Oggi lo sviluppo tecnologico sta proponendo problemi etici drammatici anche a livello legislativo, di cui la Chiesa non può disinteressarsi».
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silvio

Anche le Università cattoliche sono in mano all’ateismo

E le Università pontificie?
E i Seminari?
Insomma: il Papa e la teologia cattolica sono cacciati, estromessi, aboliti dall’Università laica.
Ci si aspetterebbe che in quella cattolica - o nei Seminari - siano tutte rose e fiori.

Aihmè, tempi duri invece, per la teologia. Tempi duri.
Se ne accorge, con un bellissimo articolo (“La vera lezione di Ratzinger: atei in cattedra nel suo ateneo”), Claudio Siniscalchi (Libero, 21/01/08, p.12).
Il problema è abbastanza noto. Nell’universo della teologia cattolica, il corpo docente - e purtroppo anche il discente - ha i suoi punti di riferimento nel pensiero di Emanuele Severino o di Gianni Vattimo o di Vito Mancuso, piuttosto che nel Magistero riproposto da Giovanni Paolo II o da Benedetto XVI.

Lamenta il Siniscalchi, ad esempio, che «durante le lezioni, i seminari, le conferenze si può ascoltare di tutto. E non di rado quanto si ascolta va esattamente nella direzione opposta di dove spinge il magistero».
Diciamola tutta: i centri del sapere teologico - cattolico compreso - sono diventati luoghi della contestazione. O meglio, si sono mantenuti luoghi della contestazione, dopo le spinte autonomiste (a volte apertamente eretiche, diciamolo) della Nouvelle Théologie.

L’errore spopola, insomma.
Scomparso il principio d’autorità, Emanuele Severino può dire impunemente che «la ragione […] può non sentire il bisogno della religione. Anzi non deve sentirlo». Quindi ha torto il Papa che ricorda come la religione possa (e debba) illuminare la ragione.
Con un gioco di sofismi stucchevole, Severino taccia il Papa di relativismo, perché sintetizza la ragione («incontrovertibile») e la fede («controvertibile»). Per dimostrare ciò, fa dire a Platone e a San Tommaso quello che non dicono. Dimostrarlo è semplicissimo.
E sentenzia: «Il relativismo e lo scetticismo, contro cui la Chiesa e il Pontefice continuano a combattere, consistono proprio nella tesi sostenuta dal Pontefice [che quindi è scettico e relativista - n.d.r.], cioè che la ragione, in quanto incontrovertibilità, non esiste appunto perché essa ha bisogno della religione, cioè del controvertibile […]»

Docenti e discenti tacciono. Sono in adorazione del Verbo di Severino.
Inginocchiati e incensanti, non sanno più cosa dire. Sono in estasi mistica.
Potrebbero, ad esempio, dire che Severino è un sofista che sta alla filosofia come Pol Pot sta ai diritti umani.
Potrebbero anche dire che i Severino, i Vattimo e i Mancuso hanno letto male e male interpretato Platone e San Tommaso, con dimostrazioni testuali e ragionevoli (in fondo sono pagati per questo).
Ma non lo fanno, non possono farlo: anche loro lessero male e male interpretarono Platone e San Tommaso.
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silvio

sabato 26 gennaio 2008

Pensiero della Domenica - 31

A cura del sito “Vie dello Spirito

III^ T.O. - 27/01/2008

“Sarai pescatore di uomini...”

Anche questa domenica è chiamata del tempo ordinario. Siamo in attesa del 6 Febbraio, quando, con le ceneri, inizierà il tempo di Quaresima (preparazione alla Pasqua).
Quanto è diverso lo stile di Dio da quello umano!
Se una persona aspira ad ottenere un posto, una promozione, si comincia dalla presentazione di un curriculum con elenco dei vari titoli ed esami, poi da un colloquio preventivo, un periodo di prova, un' assunzione a tempo determinato e forse ci si ferma lì. Determinanti poi, il più delle volte, le raccomandazioni!
Tutte all’opposto le chiamate di Dio.

Isaia, nato nel 768 a.c., vive a Gerusalemme, appartiene a famiglia agiata, è molto colto, sposato con almeno due figli; Dio lo chiama: “Va, profetizza”. Non c’è un contratto, né una garanzia scritta da parte di Dio. Isaia non chiede spiegazioni, chiarimenti, assicurazioni. Compie la sua missione e finirà ucciso, segato nel mezzo con una sega di legno.

Arriva Cristo e stesso metodo: era sulle rive del lago di Gennezaret perché a causa della gran folla, la sinagoga non era più capiente. Ci sono dei pescatori che hanno altri problemi, avendo pescato inutilmente tutta la notte, e Gesù chiede il favore di salire sulla barca, scostarsi un po’ e di parlare alla folla.
I due pescatori, Simone e Andrea, pensavano al fallimento di una intera notte di lavoro, e Gesù diventa anche provocatorio quando dice a Simone: ”Prendi il largo e calate le reti per la pesca".
La risposta di Simone è molto logica: "Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla… ma sulla Tua Parola…". E presero una quantità enorme di grossi pesci… . Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Se vogliamo ottenere dei risultati nella nostra vita, dobbiamo accettare questo stile di Cristo!
Isaia non chiese spiegazioni e garanzie; Simone e Andrea fecero quello che aveva detto Gesù, anche se era tutto illogico.

Quanto diverso il nostro atteggiamento verso la Parola di Dio. Per noi è sempre determinante il nostro ragionamento, le nostre motivazioni, e soprattutto nei rapporti con Dio, siamo noi che poniamo delle condizioni e, addirittura, proponiamo a Lui quello che deve fare per il nostro bene (che è quasi sempre di carattere materiale!).
Dio invece, chiama ciascuno di noi a compiere la nostra missione, in famiglia, nel lavoro, nella società in cui viviamo. Non riusciremo mai a capire il silenzio di Dio.
Ma ricordati che, se hai il coraggio di seguire ciecamente il Suo volere, non ti troverai mai abbandonato e deluso.

Non computare mai i tempi di Dio, con le tue esigenze immediate. Fidati ciecamente di Lui.
C’è una espressione che Gesù disse a Simone e ripete continuamente a ciascuno di noi: “NON TEMERE”.
Sta tutto qui il segreto della vera fiducia in Dio creatore che ci guida e ci governa.
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Don Lucio Luzzi

venerdì 25 gennaio 2008

Una figura luminosa


Tomas Tyn, sacerdote dell`ordine domenicano, fiero avversario del fideismo e laicismo, pensava che senza il riconoscimento della verita` sul piano metafisico e conoscitivo non fosse possibile fondare l`etica. Per padre Tomas l`equivoco più increscioso e dannoso alla filosofia e alla fede cristiana consisteva nel non saper accuratamente distinguere tra il naturale (ragione e filosofia) e il soprannaturale (fede, e teologia). Fu un grande studioso di S.Tommaso.

Da una sua omelia su san Tommaso D`Aquino:

"La condizione sine qua non della verità è che non sia contraddittoria. Perciò nessuna verità su un ambito può contraddire una verità di un altro ambito. Noi abbiamo sia l’evidenza naturale delle verità filosofiche, che l’evidenza soprannaturale delle verità di fede. Le due evidenze, dato che ci forniscono la verità, non possono entrare in conflitto. Nel caso che un conflitto si costituisse, bisognerebbe riesaminare la situazione, cioè con ogni probabilità la nostra ragione non è riuscita o ad afferrare bene la dimostrazione filosofica o ad interpretare bene la Sacra scrittura. Però la colpa non è delle verità, la colpa è del nostro intelletto che non riesce in qualche modo ad afferrarla a pieno."..."E’ molto importante questo, il saper distinguere il duplice aspetto della verità naturale e soprannaturale ed ammettere anche la loro perfetta complementarità, senza contraddizioni".

Fece voto di di donare la propria vita per la liberazione della Chiesa cecoslovacca dall`oppressione del comunismo (mori` il primo gennaio 1990) aveva quarant`anni.

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roberto

La Chiesa e i “media”

Prima di dire qualcosa sul Messaggio di Benedetto XVI per la 42a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2008, spendo due parole sulla posizione della Chiesa in merito alle Comunicazioni Sociali medesime.

Dico subito che la Chiesa promuove ed elogia lo sviluppo dei mezzi di comunicazione in genere (stampa, editoria, cinema, televisione, telefonia, internet, ecc…).
Assai eloquente è il decreto sugli strumenti di comunicazione socialeInter mirifica”, redatto durante il Concilio Vaticano II (4/12/1963), che è considerato il compendio dei pronunciamenti magisteriali su questa tematica.

Gli “strumenti di comunicazione sociale” sono chiaramente i “media” e l’Inter mirifica esordisce in modo inequivocabile: «Inter mirifica technicae artis inventa […]» («Tra le meravigliose invenzioni tecniche […]»).
Va quindi chiarificato da subito che la Chiesa definisce i media «meravigliose invenzioni tecniche».
Parallelamente il Magistero rileva i pericoli potenziali che un uso improprio dei media può comportare: «l'uomo può adoperarli contro i disegni del Creatore e volgerli a propria rovina» (IM, n°2).

Insomma i media, per definizione, sono “mezzi” e non “fini” della promozione umana. Ed il pericolo è la “rovina” della stessa umanità.
C’è, dunque, una proporzione tra il convincimento etico-morale di chi usa i media e l’effetto che si produce.
Se il mezzo viene usato per il male, dal mezzo non si può che ottenere il male.

A questo proposito, il Messaggio odierno del Papa è titolato "I mezzi di comunicazione sociale: al bivio tra protagonismo e servizio”.
Si vuole, cioè, nuovamente sensibilizzare l’opinione pubblica sull’intrinsica necessità ed importanza della comunicazione sociale e, contemporaneamente, denunciare i possibili danni causati da un uso sbagliato dei media.
È completamente manifesto che «senza il loro apporto [dei media - n.d.r.] sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale».

Però, «non manca, purtroppo, il rischio che essi si trasformino invece in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento. È il caso di una comunicazione usata per fini ideologici o per la collocazione di prodotti di consumo mediante una pubblicità ossessiva».
Effettivamente siamo asfissiati dalla pubblicità.
Spot e promozioni consigliano per gli acquisti, ma anche consigliano spesso di rivolgersi allo psicologo.
Il tutto è confezionato per la notissima logica del profitto, che ha ormai fagocitato ogni altra logica concorrente.

Scontato è il richiamo di Benedetto XVI: «Occorre evitare che i media diventino il megafono del materialismo economico e del relativismo etico, vere piaghe del nostro tempo».
L’unico antidoto è l’autentico ritorno alla ricerca della verità, vocazione primaria di chi si occupa della produzione editoriale.
Siamo inclusi anche noi, che operiamo quotidianamente su Internet.
Anzi, il Messaggio ci riguarda strettamente.
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silvio

giovedì 24 gennaio 2008

Montalcini, dell’Università La Coerenza

«Sono membro del Vaticano e non potevo firmare quello che invece approvavo completamente».

Senz’altro nella categoria “humor” l’ultima uscita di Rita Levi Montalcini.
È stata insignita della laurea honoris causa dall'università di Milano Bicocca (sic!) in “Biotecnologie industriali”.
Nell’occasione ha manifestato tutto l’appoggio alla defenestrazione del Papa dall’Università La Sapienza.

“Purtroppo”, sembra rammaricarsi la Montalcini, “sono «membro del Vaticano», altrimenti mi sarei unita agli altri 67 devastatori della scienza e avrei firmato «quello che invece approvavo completamente»”.

Non è uno scherzo. Fa realmente parte della Pontificia Accademia delle Scienze.
Fulgido esempio di libertà di pensiero, anche dalle proprie idee.
Encomiabile faro di coraggio e anticonformismo.
Spero che anche l’Università La Coerenza di Roma le dia una laurea.
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silvio

mercoledì 23 gennaio 2008

Sessantotto - 01

Iniziamo, dunque a festeggiare degnamente il quarantennale del ’68.
Segnalo il nuovo libro di Marcello Veneziani (“Rovesciare il ‘68”, Mondadori) con il sottotitolo: «Pensieri contromano su quarant’anni di conformismo di massa».

Veneziani, nella pubblicità al suo libro, specifica inoltre che «dopo quarant’anni di servizio il ’68 merita di andare in pensione. La vera trasgressione è oggi la tradizione».

Quoto e consegno ai posteri l’espressione: il ’68 è «conformismo di massa».
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silvio

martedì 22 gennaio 2008

Il Chesterbelloc e il distributismo

In questo nostro tempo, che offre lo spettacolo sommamente desolante di una classe politica votata allo sfacelo morale e vede l’azione rovinosa di una burocrazia statalista onnivora e autoreferenziale sulla società civile, la riscoperta di due figure luminose del cattolicesimo britannico come Keith Gilbert Chesterton (1874-1936) e Hilaire Belloc (1870-1953) appare sicuramente interessante.
I due scrittori sono tra le cose migliori che la cultura inglese post-riforma anglicana ci abbia dato, e senza dubbio formano un connubio inscindibile, tanto la loro visione cristiana e sociale dell’uomo è affine. Parlando della loro azione culturale e di fede, qualcuno ha voluto coniare l'espressione "Chesterbelloc", a indicare quasi un'entità unica, indivisibile. La loro particolare visione sociale contiene spunti che anche oggi sembrano essere attualissimi.
Chesterton e Belloc vivono a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un momento in cui il potere oppressivo dello Stato sull'individuo si fa sempre più forte, riducendo l'uomo a una condizione servile. Per restituire dignità all'individuo i due inglesi (ma Belloc aveva un padre francese), amanti della concretezza e dei rapporti liberi legati a una visione realistica dell'uomo, e non astratta come quella dei sistemi totalitari derivati dalla dialettica servo-padrone di stampo hegeliano, si rifanno alla visione luminosa del Medioevo delle gilde e delle corporazioni. La loro idea base della società è semplice e si muove nel solco della tradizione cristiana di sempre: il potere dell'autorità civile viene da Dio, e lo stato è istituito per il benessere della comunità, non viceversa. L'autorità che agisce contro l'uomo agisce primariamente contro Dio e i suoi diritti.
Chesterton fondò una rivista attorno alla quale cominciò a operare un gruppo, e ben presto nacque anche un movimento politico, una sorta di lega nota come Distributist League, le cui idee sono oggi rivalutate in maniera abbastanza consistente soprattutto in certe porzioni della società civile americana. In effetti, è qui che alcuni principi di libertà della società medievale cristiana e tradizionale, riletti alla luce della visione chestertoniana, sembrano trovare un terreno abbastanza fertile.
Il distributismo (così si chiama la teoria su cui si fonda il pensiero sociale dei due scrittori) propone il ritorno agli ideali che animavano la società civile del Medioevo in cui le persone, riunite in gilde, curavano direttamente i propri interessi senza sottostare alle oligarchie e ai poteri delle burocrazie, come invece succede in molti stati liberali odierni e nei totalitarismi. Come principio base si esalta il localismo contro l'universalismo astratto. In questo, ci si rifà in sostanza alla dottrina dei corpi intermedi che, come sa, sono alla base della dottrina sociale della Chiesa: la società si deve reggere primariamente sulle istituzioni come la famiglia e le piccole associazioni, in ogni campo. Tra le altre cose, come afferma Chesterton, la libertà passa attraverso la distribuzione delle proprietà; ovviamente, in questo, non si deve vedere una sorta di socialismo; per essere più precisi, si tratta di un principio di socialità basato sulla proprietà diretta, dove l’intromissione diretta dello Stato viene messa da parte quanto più possibile, seguendo quel principio di autentico liberalismo secondo cui i beni debbono essere gestiti direttamente dal singolo o dalla comunità ristretta, famiglia o gruppo più o meno ampio, ma comunque ristretto. " Piccolo è bello" è infatti un altro motto chiave del distributismo. Antimperialismo (non quello di Moreno Pasquinelli o dei no global odierni) e localismo sono altre due parole chiave della teoria distributista. Non è certo una visione tacciabile di socialismo, tanto che i socialisti vedevano nel movimento distributista un pericoloso concorrente. Diritto dei singoli e della famiglie alla proprietà, primato del lavoro sul capitale con rifiuto dell'egoismo consumistico che porta ai conflitti, lotta al potere del mercato e delle oligarchie finanziarie sono altri punti nodali della filosofia distributista dei due britannici, che attingono evidentemente alle radici di quel sano pragmatismo che costituisce da sempre il lato positivo del carattere anglosassone.
Insomma, in una parola, Chesterton e Belloc ripropongono l’economia del Medioevo riletta in chiave di dottrina sociale della Chiesa, che all’epoca si andava precisando sempre meglio. Nel 1891 esce infatti la “Rerum Novarum”, ma in fondo gli spunti basilari di dottrina sociale cristiana risalgono già a San Tommaso d'Aquino; difatti, Chesterton era anche innamorato dell'Aquinate, tanto da scrivere una bella vita di San Tommaso, ovviamente alla sua maniera, usando come di consueto una prosa assai brillante condita di ingegnosi e acuti paradossi.
Paolo

lunedì 21 gennaio 2008

Alcune questione sulle quali si pronuncia la Chiesa

Il vista della riunione del Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana (Roma, 21-24 gennaio 2008), il Presidente Card. Angelo Bagnasco, ha pronunciato la consueta Prolusione.
Tra i temi analizzati dal porporato, ritengo questi i più significativi (non sono nell’ordine d’esposizione):

Questione dell’invito all’Università La Sapienza

Com’era da aspettarsi, non è tanto che il Papa abbia rinunciato alla visita, quanto piuttosto c’è stata una pressione governativa nel senso della rinuncia.
Bagnasco parla di una «rinuncia quindi che, se si è fatta necessariamente carico dei suggerimenti dell’Autorità italiana, nasce essa stessa da un atto di amore del Papa per la sua città. Tutt’altro, dunque, che un tirarsi indietro, come qualcuno ha pur detto, ma una scelta magnanime per non alimentare neppure indirettamente tensioni create da altri e che la Chiesa certo non ama, pur dovendole spesso suo malgrado subire».

Chi, allora, il regista della farsa? Sempre lui: il «settarismo illiberale, antagonista per partito preso, che assumendo per pretesto la nota e ormai ben indagata vicenda di Galileo», ha «superficialmente manipolato la posizione a suo tempo espressa da Joseph Ratzinger, facendone una bandiera impropria per imporre» la sua «chiassosa volontà».

Questione dell’aborto

«Il fatto che, a trent’anni dall’approvazione della legge 194 che rende giuridicamente lecito l’aborto, la coscienza pubblica non abbia “naturalizzato” ciò che naturale non è, è un risultato importante, di cui dobbiamo dare atto a chi - per esempio il Movimento per la vita - mai si è rassegnato. E fin dal primo momento ha cercato di promuovere un’iniziativa amica delle donne che le aiuti nella decisione, talora faticosa, di accettazione dell’esistenza diversa da sé che ormai è accesa in grembo.»
La Chiesa è per l’«aggiornamento» della Legge 194/78, anche se «non ci può mai essere alcuna legge giusta che “regoli” l’aborto».
Se però non sarà possibile annullarla o aggiornarla, i Vescovi auspicano almeno «che si verifichi ciò che la Legge - intitolata alla “tutela della maternità” - ha prodotto e ciò che invece non si è attivato di quanto prevede, soprattutto in termini di prevenzione e di aiuto alle donne, e dunque alle famiglie».

Questione della moratoria sull’aborto

«Era in qualche modo inevitabile che, votata la moratoria contro la pena di morte comminata dagli Stati come sanzione ai delitti più gravi, si ponesse l’attenzione ad un’altra gravissima situazione di sofferenza del nostro tempo qual è, con l’aborto, l’uccisione di esseri innocenti e assolutamente indifesi. È vero che concettualmente non c’è perfetta identità tra le due situazioni, ma solo una stringente analogia, che tuttavia non fa certo derivare la condanna dell’aborto da quella della pena di morte, giacché il delitto di aborto è, come avverte il Concilio Vaticano II (GS n. 51), abominevole di per sé, ed è un’ingiustizia totale. Come non valutare benefica la discussione che, nel nostro Paese, si è aperta nel corso delle ultime settimane, e come non essere grati a chi per primo, da parte laica, ha dato evidenza pubblica alla contraddizione tra la moratoria che c’è e quella che fatichiamo tanto a riconoscere?»
Il riferimento all'iniziativa di Giuliano Ferrara non poteva che essere elogiata, perchè la Chiesa riconosce la verità, dovunque provenga.

Questione della famiglia

Dal momento che «[…] si sono aggravate le condizioni economiche di molte famiglie […] ogni nuovo figlio, oltre che una speranza di vita, rappresenta purtroppo un rischio in più di impoverimento».
Si rinnova quindi l’appello alla politica, affinchè si impegni a normative di sostegno familiari, dato che «di fatto [secondo la Caritas] l’Italia incoraggia le famiglie a non fare figli».

Questione dello sfascio italiano

«Non credo di sbagliare se dico che è l’Italia, in particolare, ad avere oggi bisogno della speranza. Questo Paese, che profondamente amiamo, si presenta sempre più sfilacciato, frammentato al punto da apparire ridotto addirittura “a coriandoli”, avvertono gli esperti.»
«Sembra davvero che, bloccato lo slancio e la crescita anche economica, ci sia in giro piuttosto paura del futuro e un senso di fatalistico declino. Sembra circolare una sfiducia diffusa e pericolosa.»

Questione dei politici cattolici impiegati in politica

«Nessuno si stupisca se in questo quadro diciamo una parola ai politici di ispirazione cristiana, a coloro che tali sono e così si sono presentati al corpo elettorale, al quale devono rispondere.»
«[…] sui temi moralmente più impegnativi, assecondare nelle decisioni una logica meramente politica, ossequiente cioè le strategie o le convenienze dei singoli partiti, è chiaramente inadeguato. Lo è per una coscienza schiettamente morale, ma lo è ad un tempo per una coscienza anche religiosamente motivata.»

Bagnasco ricorda nuovamente che il politico cattolico deve “agire in coscienza”, solo se questa però è “già convenientemente formata”.
«In un simile contesto, quando cioè si tratta di avviare proposte legislative che vanno in senso contrario all’antropologia razionale cristiana, i cattolici non possono in coscienza concorrervi. Non c’è chi non veda infatti che una cosa è operare perché un male si riduca, altra cosa è acconsentire, in partenza, che leggi intrinsecamente inique vengano iscritte in un ordinamento. E non si tratta, qui, di un’imposizione esterna, ma di una scelta da operare liberamente in una coscienza “già convenientemente formata” (GS n. 43). Rispetto alla quale non possono esistere vincoli esterni di mandato, in quanto la coscienza è ambito interno, anzi intrinseco, alla persona, e dunque obiettivamente non sindacabile. Il voto di coscienza, in realtà, è una risorsa a esclusivo servizio della politica buona, e dunque - all’occorrenza - può e deve diventare una scelta trasversale rispetto agli schieramenti, e invocabile in ogni legislatura.»

Questione della laicità

«Ci auguriamo intensamente che, mettendo sempre meglio a fuoco i compiti propri a ciascuno, possa crescere nel nostro Paese una interpretazione più ricca e sempre meno unidirezionale della laicità.»
«Studiosi di fama internazionale hanno nei mesi scorsi ripetuto che c’è un posto, nella democrazia, per le religioni, come crogiuolo di senso e di felice appartenenza ad una storia e ad una tradizione. Il che dà identità e serena sicurezza. Non c’è scritto da nessuna parte che un vivace pluralismo culturale debba coincidere con un secolarismo aggressivo e intollerante, come è accaduto nei giorni scorsi.»
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silvio

Santa Faustina e i dolori dell'aborto

Dal “Diario” di S. Faustina Kowalska

«16 settembre 1937
Alle otto ho sentito dei dolori così violenti che ho dovuto mettermi a letto immediatamente. Mi sono contorta dai dolori per tre ore, cioè fino alle 11 di sera. Nessuna medicina mi ha fatto effetto. Rigettavo quello che prendevo. A momenti il dolore mi toglieva la coscienza.
Gesù mi ha fatto sapere che in questo modo, avevo preso parte alla Sua agonia nell'orto degli Ulivi e che Lui stesso ha permesso queste sofferenze come riparazione verso Dio per gli aborti.
Sono già tre volte ormai che passo da queste sofferenze. Ho detto al medico che in tutta la mia vita non ho mai avuto tali sofferenze. Dichiarò che non sapeva di cosa si trattasse. Ora capisco che cosa sono queste sofferenze perché il Signore stesso me l'ha rivelato... Tuttavia quando penso che forse un giorno dovrò soffrire di nuovo in questo modo, mi affido a Dio.Ciò che Gli piace mandarmi lo riceverò con sottomissione e amore. Possa io soltanto con queste sofferenze salvare almeno un bambino dall'assassinio».
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silvio

domenica 20 gennaio 2008

L`orgoglio laico di saper ascoltare il Pontefice


«Colpisce come molti non credenti - non solo in Italia ma negli Stati Uniti, in Francia e perfino in Cina - abbiano aderito all´appello del cardinale Ruini per esprimere a Piazza San Pietro solidarietà a Benedetto XVI. E molti fanno riferimento al magnifico discorso, diffuso dalla Santa Sede, che al Papa è stato impedito di pronunciare alla Sapienza. La linea che percorre tutto il magistero di Benedetto XVI è che oggi non è in crisi soltanto la fede, ma anche la ragione. Ai credenti nelle varie religioni - specie a quelli, come i musulmani, da qualche secolo sospettosi nei confronti della ragione - il Papa ricorda il necessario dialogo fra fede e ragione. Ai non credenti Benedetto XVI parla in nome della ragione, che sola può costruire quella che il Papa chiama una grammatica comune della vita sociale che s´imponga ai cattolici come agli atei, ai cristiani come ai musulmani e ai buddhisti, e consenta loro di vivere in pace.

Mentre altre voci tacciono, quella del Papa si leva alta e forte per difendere l´esistenza della verità, la capacità della ragione umana di conoscerla - sia pure mai in modo completo e perfetto - e di trarne regole comuni su temi come la libertà, la giustizia, la vita, la famiglia.

Nel discorso che avrebbe voluto pronunciare alla Sapienza Benedetto XVI affronta le due principali obiezioni che gli sono rivolte su questo punto. C´è, anzitutto, chi sostiene - come Vattimo e altri teorici del relativismo - che la verità non esiste. Ciascuno ha la sua verità, e nessuna è più vera delle altre.
Il Papa risponde, con il filosofo non credente Jürgen Habermas, che questa è una posizione che nel 2008 semplicemente non ci possiamo permettere. Se la verità di chi difende la libertà e la giustizia è considerata moralmente uguale alla verità di Hitler o di Bin Laden rimaniamo disarmati di fronte al nazista o al terrorista.
La stessa democrazia, scrive Habermas, può oggi essere difesa solo con argomenti «sensibili all´idea di verità».

Secondo: anche tra chi non nega il valore della ragione, c´è chi sostiene che il Papa in realtà «trae i suoi giudizi dalla fede» e poi li spaccia come razionali. Bene, risponde Benedetto XVI: giudicate i miei argomenti in modo laico, sulla base del vostro esercizio della ragione e del buon senso. Il Papa cita un altro filosofo non cattolico, John Rawls, il quale sosteneva che i giudizi proposti dalla Chiesa in nome della ragione non devono essere considerati a priori più veri di quelli esposti da altri; ma neanche pregiudizialmente meno veri solo perché è la Chiesa a proporli. Anzi, la Chiesa per Rawls ha dalla sua una lunga «tradizione responsabile e motivata», per cui va semmai ascoltata con più attenzione dell´ultimo sofista.

È perché vedono in lui, contro un relativismo che disarma l´Occidente nei confronti dei suoi avversari, un testimone appassionato della ragione e della libertà, che tanti non credenti sono oggi in piazza a fianco del Papa.
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luca

Pensiero della Domenica - 30

A cura del sito “Vie dello Spirito

II^ T.O. - 20/01/2008

Ecco l'Agnello di Dio


Anche in questa settimana, i personaggi che ci propone la Liturgia, sono Gesù e suo cugino Giovanni Battista che ha il compito di preparare la via del Messia, il Salvatore.
Quando lo vide arrivare lo additò alla sua gente.
Leggiamo insieme il brano del Vangelo di Giovanni: “...Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui, disse: Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”.
"Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché Egli fosse manifestato in Israele... Colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. Ed io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.
Bella testimonianza del Battista; non parole di convenienza, non prova della sua parentela, ma annuncia a tutti che il Cristo finalmente è in mezzo a noi.

Questa figura austera e scarna di Giovanni è un bell’ esempio dell’accettazione e il compimento della volontà di Dio.
La sua missione è questa e la svolge fino in fondo; non ne trarrà per sé stesso nessun beneficio.
Non ebbe paura di Erode quando pubblicamente le disse: “...Non ti è permesso di convivere con Erodiade, moglie di Filippo tuo fratello…”.
Non tardò la vendetta di Erode che lo fece arrestare e gettare nel carcere di Macheronte.
Si completerà il delitto, con Erodiate che vuole in dono su un piatto, la testa sanguinante di Giovanni Battista.
Quando noi diciamo: “Sia fatta Signore la tua volontà”, a parole è molto facile; ma l’accettazione completa, ci porta spesso alla ribellione.
Giovanni Battista accetta fino in fondo la volontà di Dio. Conclude la sua esistenza fallimentare e viene spontaneo per noi dire “...Ma chi glielo ha fatto fare…” ma lui è nella gloria e felicità eterna!

Cosa sarà di noi con i nostri continui condizionamenti, con le nostre ribellioni quando la vita ci riserva tribolazioni e guai...!
Ripetiamo con fede il Salmo responsoriale: ”... Ecco,Signore, io vengo per fare la tua volontà… ho sperato, ho sperato nel Signore ed egli su di me si è chinato...”.
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Don Lucio Luzzi

venerdì 18 gennaio 2008

Trieste è con il Papa

«Uno striscione con la scritta “Trieste con il Papa” è stato esposto nella serata di ieri sulla facciata del Municipio del capoluogo giuliano, nella storica Piazza dell’Unità d’Italia. Lo striscione, che è lungo oltre sei metri e alto più di due, resterà esposto per alcuni giorni, con la sua scritta nera su fondo bianco.

“E’ un messaggio di solidarietà nei confronti del Pontefice - ha spiegato il sindaco, Roberto Dipiazza (Fi) - ma anche un segnale di allarme per il grave gesto illiberale che è stato compiuto all’Università La Sapienza”. Secondo il primo cittadino di Trieste, l’episodio di Roma “non è che l’ennesimo segnale di una perdita generale di valori e del rispetto nei confronti dei simboli della nostra Religione. Un atto compiuto con violenza da una sparuta minoranza. Per questo credo bisogna reagire, a difesa della libertà di espressione, anche con una presa di posizione pubblica e visibile - ha aggiunto - come quella che abbiamo scelto oggi”.

“La città di Trieste - ha proseguito Dipiazza - è sempre stata un modello di civile convivenza fra le diverse comunità religiose che storicamente compongono la nostra collettività. Proprio per questo sentiamo molto forte i valori della libertà e della tolleranza, quei valori - ha concluso - che nei confronti del Papa sono vergognosamente mancati”. (ANSA).»

Fonte: Trieste Rvnet
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silvio

giovedì 17 gennaio 2008

Legge 194 - 6

Il caro collega di Leggenda nera mi invia un articolo tratto da Il Timone n. 68, del gennaio 2008.
Lo potrete leggere integralmente sul suo sito.

Il esso, Mario Palmaro ripropone la prassi - che mi trova d’accordo - da tenere nei confronti della Legge 194/78, che di fatto legalizza l’aborto: creare le condizioni politiche e culturali che permettano di abrogarla o modificarla, in quanto legge «intrinsecamente ingiusta».
Palmaro si lamenta della seguente situazione «paradossale»: «sia gli abortisti che gli antiabortisti sembrano convergere sulla medesima posizione pratica. E cioè: la legge 194 non può essere assolutamente essere messa in discussione».

Si verifica in tal modo una sorta di difesa al principio del «diritto di aborto», che dovrebbe comunque essere assicurato alle donne.
Palmaro conclude rilevando un pericolo: con il passare del tempo, le leggi ingiuste potrebbero diventare giuste (o almeno non del tutto ingiuste), agli occhi della pubblica opinione.

Personalmente sono convinto che il compito del cristiano sia quello di testimoniare sempre ed in qualsiasi contesto la legge naturale (che si completa nella legge dell’amore), che ci è stata rivelata da Dio.È necessario più che mai dire al mondo che tutto quello che è male non può, per umano costume o abitudine, diventare un bene. Né tanto meno può condurre al sommo Bene, che è il Dio di Gesù Cristo.
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silvio

mercoledì 16 gennaio 2008

Collodi profetico

La notizia dell’annullamento della visita del Papa ha avuto una immediata eco all’università di Roma dove gli studenti contestatori erano riuniti in assemblea. Ci sono state urla ed applausi e molti scandivano “Fuori il Papa dall’università”. Abbiamo vinto, hanno gridato in tanti. In mattinata un centinaio di studenti aveva occupato il rettorato dell’università finché una delegazione non è stata ricevuta dal rettore Renato Guarini al quale è stato chiesto, ed è stato ottenuto, di poter organizzare per giovedì mattina una contromanifestazione davanti al rettorato dove si sarebbe riunito il Senato accademico con la partecipazione del Papa. Giovedì, è stato annunciato, ci sarà una grande festa perché ha vinto la laicità dell’università.


dal libro Pinocchio Cap.XXX

……— Hai torto, Pinocchio! Credilo a me che, se non vieni, te ne pentirai. Dove vuoi trovare un paese piú sano per noialtri ragazzi? Lí non vi sono scuole: lí non vi sono maestri: lí non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai. Il giovedí non si fa scuola: e ogni settimana è composta di sei giovedí e di una domenica. Figurati che le vacanze dell’autunno cominciano col primo di gennaio e finiscono coll’ultimo di dicembre. Ecco un paese, come piace veramente a me! Ecco come dovrebbero essere tutti i paesi civili!...

Cap.XXXI
....Questo paese non somigliava a nessun altro paese del mondo. La sua popolazione era
tutta composta di ragazzi. I piú vecchi avevano quattordici anni: i piú giovani ne avevano otto appena. Nelle strade, un’allegria, un chiasso, uno strillío da levar di cervello! Branchi di monelli da per tutto: chi giocava alle noci, chi alle piastrelle, chi alla palla, chi andava in velocipede, chi sopra un cavallino di legno: questi facevano a mosca-cieca, quegli altri si rincorrevano: altri, vestiti da pagliacci, mangiavano la stoppa accesa: chi recitava, chi cantava, chi faceva i salti mortali, chi si divertiva a camminare colle mani in terra e colle gambe in aria: chi mandava il cerchio, chi passeggiava vestito da generale coll’elmo di foglio e lo squadrone di cartapesta: chi rideva, chi urlava, chi chiamava, chi batteva le mani, chi fischiava, chi rifaceva il verso alla gallina quando ha fatto l’ovo: insomma un tal pandemonio, un tal passeraio, un tal baccano indiavolato, da doversi mettere il cotone negli orecchi per non rimanere assorditi. Su tutte le piazze si vedevano teatrini di tela, affollati di ragazzi dalla mattina alla sera, e su tutti i muri delle case si leggevano scritte col carbone delle bellissime cose come queste: viva i balocci! (invece di balocchi): non vogliamo piú schole (invece di non vogliamo piú scuole): abbasso Larin Metica (invece di l’aritmetica) e altri fiori consimili.
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roberto

La vera faccia del Sessantotto

E così siamo diventati la barzelletta del mondo, grazie ai cumuli di monnezza materiale e culturale di questo paesetto garibaldino e massone.
Le foto impietose di un’Italietta nelle mani dei mafiosi e dei giacobini sono ormai l’intrattenimento dei telespettatori del globo.
I festeggiamenti per il quarantennale del 1968 non potevano cominciare nel modo più degno.
Cumuli di monnezza e papi cacciati da beceri sanculotti.

Veniamo al caso “La Sapienza”. Chi è il regista?
Il genio si chiama Marcello Cini.
No, dico: il genio che ha organizzato l’espulsione del Papa dall’Università La Sapienza - fondata da un Pontefice, come tutte le Università medievali (repetita iuvant) - si chiama Marcello Cini.
Il cognome è un programma e una chiarificazione notevole.

Ricordo che la flotta militare italiana ha una nave scuola che si chiama “Giorgio Cini”.
A questo punto merita chiarire chi sono, storicamente, i Cini.
È molto semplice: una famiglia pistoiese di noti frammassoni.
Parlate di Risorgimento o di pensiero mazziniano, di esoteria o di Garibaldi, dei Rosacroce o di Giordano Bruno, ed ecco saltare fuori un Cini.

Marcello Cini è imparentato con i Cini della Massoneria storica italiana?
Non lo so e non m’interessa saperlo, perché è certamente imparentato con le loro idee.
Quali idee? Sempre quelle: piano per la distruzione della Chiesa mediante un’operazione occulta e diffamatoria, plagio delle masse attraverso la menzogna sistematica perpetrata negli anni, progetti eugenetici da ottenersi mediante l’aborto e l’eutanasia, esasperazione della presunta rottura tra scienza e fede.

Ma tutto questo è un bene. Si manifesta, cioè, la vera natura del caos rivoluzionario, dell’illuminismo ottuso e dell’anticristianesimo sanculotto. E la natura è questa: monnezza.
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silvio

lunedì 14 gennaio 2008

Sbellicarsi sarebbe un’idea

Senti, senti…
Gli studenti protestano per la visita che il Papa vorrebbe fare all’Università La Sapienza di Roma.
Ma la meraviglia non è tanto per la posizione di chi si sta formando una cultura. Alle volte, nei ragazzi, v’è un’ignoranza incolpevole.
La meraviglia è tutta rivolta «agli oltre 60 docenti che» hanno chiesto al Rettore «di annullare la visita di Benedetto XVI».

Loro - scienziati naïf - la cultura dovrebbero essersela già formata. Almeno in generale.
Dovrebbero già sapere che la “schola” è un’iniziativa ecclesiastica medievale. Esclusivamente ecclesiastica.
E che l’Università nasce nel XII secolo per iniziativa dei vescovi metropolitani, i quali riuniscono le varie schole cittadine e le incaricano di organizzare un’istruzione superiore.

Dovrebbero sapere - queste ridicole macchiette postdatate - chi mai furono (almeno per sentito dire) Roberto Grossatesta, Leonardo Fibonacci, Hugo di Evesham (Atratus), Erasmus Ciolek Witelo (Vitello), Pietro d’Abano, Giovanni Sacrobosco, Giovanni Campano, Giovanni Buridano.
Chi furono?
I primi matematici, astronomi, fisici e medici, nel senso moderno dei termini.
Ecclesiatici o monaci, nella quasi totalità. Gente del XIII secolo.
Da essi - e solo grazie ad essi - i futuri lavori di Copernico, Galilei, Keplero e Newton.

Forse alle summenzionate macchiette potrebbe dire qualcosa l'asino di Buridano, nel senso che potrebbero incarnare il primo personaggio.
Se quindi il Papa mette piede in un’università, è per tornare a casa sua.
In termini più espliciti: la Chiesa ha il copyright sull’Università.
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silvio

venerdì 11 gennaio 2008

Pensiero della Domenica - 29

A cura del sito “Vie dello Spirito

Battesimo del Signore
- 13/01/2008
"E' mio Figlio, ascoltatelo..."

La Chiesa, per tutto l’anno liturgico, ci proporrà nella Liturgia della Parola dei brani di Vangelo presi dall’ Evangelista Matteo. Chiamato anche Levi, era figlio di Alfeo ed esercitava l’ufficio di gabelliere o esattore d’imposte nella città di Cafarnao.
Chiamato da Gesù a seguirlo, mentre sedeva al tavolo del suo lavoro, abbandonò subito il suo ufficio e seguì il Maestro.
Altro di sicuramente storico, non sappiamo di lui. La tradizione vuole che dopo l’Ascensione di Gesù al cielo, egli abbia predicato il Vangelo agli ebrei di Palestina, conducendo una vita assai austera.
Qualche scrittore ecclesiastico, afferma che sia poi passato in Etiopia, in Persia, fra i Parti.

Ora la Liturgia non si soffermerà più su Gesù Bambino, ma ce lo presenta, già grande (di circa trenta anni), buon ebreo e osservante di leggi e usanze.
Suo cugino, Giovanni, è seguito da tutto il popolo che viveva l’attesa febbrile del Messia; e questo sentimento era diffuso anche fuori del mondo giudaico.
Ne parlano anche storici profani come Tacito, Svetonio.
Tutta la gente scende devotamente nel fiume Giordano e Giovanni versa acqua sulla testa di ognuno, come segno di purificazione, presagio alla totale purificazione dell’ anima, che avverrà con il Sacramento del Battesimo che istituirà il Cristo.
Quando tutti hanno assolto al rito, per ultimo entra in acqua Gesù, rimasto in fondo alla folla.
Nessuno lo conosceva.
Giovanni, su insistenza di suo cugino, versa acqua sul capo del Messia e dal Cielo si ode una voce: “Questi è il Figlio mio, l’amato, in Lui ho posto il mio compiacimento…”.
E’ la presentazione ufficiale del Messia.
Se la storia di Gesù Bambino ci poteva sembrare una bella favola, ora il Salvatore del mondo, ci darà prova, nelle settimane prossime, della sua potenza e divinità.

Seguiamolo con interesse; avrà tante cose da dirci.
Sentiamolo vicino a noi, nei nostri affanni quotidiani.
Confidiamoci con Lui; affidiamo a Lui i nostri problemi.
Se riusciremo a percorrere questo cammino, insieme a Lui, scomparirà gradualmente dal nostro animo, tristezza e sfiducia.
Arriveremo con Lui fino a venerdi 21 Marzo, quando esterrefatti, costateremo quanto sia grande questo amico, mentre muore sulla Croce, per nostro amore, per salvarci e garantirci un giorno, felicità eterna.
***
Don Lucio Luzzi

mercoledì 9 gennaio 2008

Legge 194 - 5

Ricevo da Il Timone e pubblico.

Miti e leggende sulla Legge 194
di Mario Palmaro, presidente Comitato Verità e Vita

«Si diffondono in questi giorni sui mass media italiani alcune leggende sulla legge 194 del 1978. Una mitologia che descrive la legge sull’aborto come una “buona legge”, una legge che deve essere ancora applicata integralmente per poterne apprezzare i notevoli aspetti positivi.
Qualcuno fornisce una ricostruzione storica davvero stupefacente, sostenendo che la 194 era nata buona e giusta, una legge non abortista, ma che poi l’insipienza degli uomini l’ha male interpretata e peggio applicata.

Valga su tutti l’intervista apparsa sul quotidiano Libero di venerdì 4 gennaio 2008, nella quale Eugenia Roccella dice fra l’altro: “Rispetto ad altre leggi internazionali, la 194 è una buona legge, che parte, non a caso, proprio dalla tutela della maternità. È una legge che non afferma mai l’aborto come un diritto (…) Non è eugenetica.” “Secondo me - prosegue sempre la Roccella - la questione non è abolire o rifare la legge, ma non tradirla, non trasformarla in un feticcio vuoto, una legge intoccabile a parole e invece violata, disapplicata e stravolta nella prassi quotidiana».

Altri ancora dichiarano che “la 194, nei suoi principi ispiratori, ha una rilevante rispondenza con le richieste del movimento delle donne e si pone come uno strumento per combattere e sconfiggere la triste piaga degli aborti clandestini. In questo senso la legge non è una legge “abortista”: non crea, né impone l’aborto, anzi si fonda sulla sua prevenzione, valorizzando il ruolo delle strutture sanitarie pubbliche per fare della procreazione un evento cosciente e responsabile, cioè non casuale”.

E’ evidente che simili affermazioni, soprattutto se pronunciate da personalità elette a punti di riferimento del mondo cattolico e della galassia pro-life (Eugenia Roccella è editorialista di Avvenire e dell’Osservatore Romano), disorientano grandemente l’opinione pubblica. Di fronte a questo pauroso sbandamento delle coscienze, e alla confusione alimentata da questi giudizi, sentiamo il dovere di riaffermare con forza alcuni punti fermi.

1. Il diritto di aborto. La volontà del legislatore, nel suo nucleo fondamentale, stabilisce un vero e proprio diritto d’aborto. Negato a parole e con foga dagli abortisti, esso emerge con assoluta chiarezza da una lettura seria della legge. Dal combinato disposto degli articoli 4 e 5 si ricava che nei primi tre mesi di gravidanza ogni donna può abortire a sua volontà. Nessun controllo è possibile. E’ stabilito l'obbligo per il medico di rilasciare il certificato che costituisce titolo per l’esecuzione degli interventi di fronte alla semplice domanda della donna. (artt. 5, 4° comma, e 8 ultimo comma). Di fronte al diritto della donna vi è l’obbligo delle strutture pubbliche di praticare l’intervento. Perciò a ragion veduta abbiamo parlato di “diritto” e di “liberalizzazione”. Nessun limite esiste nei primi tre mesi di gravidanza. A dimostrazione di ciò sta il fatto che i difensori della ‘buona legge’ in trent’anni non hanno mandato in galera neppure un ‘trasgressore’.

2. Una legge abortista. Il giudizio morale negativo sulla legge abortista italiana risulta anche dai seguenti elementi: a) l’aberrante facoltà attribuita alla libertà della donna di decidere in termini unicamente individualistici, al di fuori e contro ogni responsabilità verso il “diritto” del nascituro; b) l’individualismo esasperato che ispira la legge abortista risulta ancor più grave dal fatto di essere riconosciuto dallo Stato, il quale a sua volta costringe tutti i cittadini, anche quelli dichiaratamente contrari all’aborto, a dare un qualche contributo.

3. Non possiamo rassegnarci. Perciò ogni convinto difensore dell’uomo, ogni comunità di accoglienza, non può rassegnarsi di fronte ad una legge che tradisce così profondamente i valori su cui tutto l’ordinamento giuridico poggia. Di conseguenza l’obiettivo di eliminare la legge abortista o di trasformarla mutandone radicalmente la intrinseca struttura, deve proporsi come espressione di amore per l’uomo e non come sterile e puramente teorica contrapposizione ideologica.

4. L’aborto legale è intollerabile. L’applicazione del principio della tolleranza civile all’aborto legalizzato è illegittima e inaccettabile perché lo Stato non è la fonte originaria dei diritti nativi ed inalienabili della persona, né il creatore e l’arbitro assoluto di questi stessi diritti.

5. L’aborto legale minaccia l’intero sistema giuridico. Quando autorizza l’aborto, lo Stato contraddice radicalmente il senso stesso della sua presenza e compromette in modo gravissimo l’intero ordinamento giuridico, perché introduce in esso il principio che legittima la violenza contro l’innocente indifeso. Da: “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente”.

6. Il compito di ogni politico di buona volontà. Il compito di ogni politico di buona volontà non è quello di “far applicare una legge ingiusta”, ma di richiamare, con coraggio e con metodi democratici, il dovere di rispettare la vita umana sin dal suo inizio, denunciando di conseguenza l'iniquità della legge abortista. Il buon politico ha il dovere di operare una lettura critica dell’attuale normativa sull’aborto: senza trascurare i limitatissimi elementi positivi, si dovranno rilevare le profonde contraddizioni che essa presenta con la Costituzione e all’interno dei suoi stessi articoli.

In conclusione: il Comitato Verità e Vita riafferma con forza che nessun miglioramento alla situazione italiana in materia di aborto è possibile se non si parte dal rispetto della verità. La 194 è una legge gravemente ingiusta. Lo è in maniera assoluta e intrinseca. La 194 è stata voluta dalla cultura abortista, difesa dalla cultura abortista, e ha ottenuto una perfetta coerenza tra obiettivi e risultati: i 5 milioni di bambini uccisi in nome di quella legge non sono stati un incidente di percorso, ma una tragica conseguenza del principio di autodeterminazione della donna. Alle vittime innocenti va aggiunto quell’autentico disastro educativo e culturale che è sotto i nostri occhi. Al punto che in questi giorni anche alcuni di coloro che stanno (o dovrebbero stare) dalla parte della vita affermano che “l’ultima decisione sulla vita del concepito deve comunque sempre spettare alla donna”. Che è, in estrema sintesi, la summa ideologica dell’abortismo di sempre.

Il senso di realtà ci dice che anche una sola vita innocente salvata ha un valore incommensurabile. Per questo motivo, Verità e Vita approva ogni azione che aiuti concretamente la vita a nascere, pur in vigenza di una legge omicida. Ma il prezzo per questa attività di “salvataggio” non può consistere nel colpevole e complice silenzio sulla legge abortista, o addirittura nella trasformazione della condanna sulla legge 194 in un giudizio benevolo.
Se durante la follia nazista ci avessero dato la possibilità di metterci fuori dai cancelli di Auschwitz per salvare qualche vita umana, sarebbe stato nostro dovere farlo. Ma non avremmo mai potuto trasformare il nostro giudizio su quel luogo di orrore, magari affermando che - tutto sommato - “nel loro genere quei lager erano i migliori al mondo”.»

venerdì 4 gennaio 2008

Pensiero della Domenica - 28

A cura del sito “Vie dello Spirito

Epifania del Signore - 06/01/2008

Ti adoreranno tutti i popoli della terra

La liturgia corre veloce.
Il ciclo natalizio termia con l’Epifania, la manifestazione di Gesù a tutte le genti, rappresentata dai Magi che vengono dal lontano Oriente, a rendere omaggio al Messia.
La tradizione popolare li ha quantificati e identificati in tre, Gaspare, Baldassarre, Melchiorre.
Non arrivano a mani vuote ma, dice il Vangelo, portarono in dono oro, incenso, mirra.
Utilissimo per la misera Famiglia di Nazareth, un po’ di denaro (oro) per le esigenze immediate.
Ai tempi di Gesù le case erano l’equivalente per noi di un grottino, un tugurio, con un pagliericcio e un camino; passavano il giorno all’aperto e la sera si rifugiavano all’interno insieme agli animali domestici, con il camino acceso, per proteggersi dai rigori del freddo notturno.
Dono tanto delicato dei Magi, l’incenso, che serviva per mettere alcuni grani sul fuoco e aveva funzione di deodorante.
L’ultimo dono, la mirra, (da sempre usata in Oriente per ungere il cadavere prima della sepoltura), molto gradita da Maria che al mattino portava il neonato Gesù, all’aperto, lo deponeva in una culla riparata dal sole cocente, con un telo sostenuto da quattro assi, avendo prima cosparso il corpicino nudo del bambinello di mirra, come antitodo alle zanzare.

I Magi portarono doni a Gesù Bambino.
Noi cosa abbiamo regalato al Redentore che è venuto al mondo per salvarci?
Forse presi dalle feste esteriori, davanti a Lui siamo rimasti a mani vuote!
Avevi promesso di avere pace, con la tua buona volontà, nel tuo cuore, nella tua famiglia, nel tuo posto di lavoro…

Guarda Gesù Bambino; continua a sorriderti, come sempre, con tanto amore.
Vogliamo fargli anche noi,dei doni, come i Magi?
Offriamogli qualche opera buona (oro), la nostra fiduciosa preghiera (incenso); ma il regalo più bello in assoluto, le nostre croci, i nostri guai (mirra).
Ricordati che Gesù Bambino non ci risponderà mai...” quanto sei sfortunato…”, ma risolverà Lui, i nostri problemi.
Quando gli diremo "grazie" , si rafforzerà l’amicizia con Lui che tutto può.
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Don Lucio Luzzi

Legge 194 - 4

E così, dopo Ruini, anche il cardinale Angelo Bagnasco loda la moratoria sull’aborto, bandita da Giuliano Ferrara.
L’appoggio all’iniziativa riceve così la benedizione da parte della Chiesa.
Il presule dichiara: «L'intenzione dell'iniziativa di chiedere la moratoria circa l'aborto è lodevole perché rappresenta un chiaro e forte richiamo all'attenzione degli Stati circa la tutela e la promozione della vita umana, così come accaduto per la moratoria sulla pena di morte. Spero vivamente che la richiesta trovi la giusta accoglienza nelle sedi istituzionali oltre che nella opinione pubblica»

E sollecita almeno l’applicazione della legge 194 anche laddove è stata disattesa, ovvero nel promuovere la vita umana: «L'iniziativa è comunque l'occasione per mettere un vero impegno a tutti i livelli così da favorire l'applicazione puntuale di quelle parti della legge 194 che promuovono la vita del nascituro. Ciò alla luce di quanto espresso nella intenzionalità originaria della legge stessa: in particolare dell'articolo 1».

Rispondendo alla posizione del centrosinistra (ministro Livia Turco ad esempio), contrario a qualsiasi modifica della 194, Bagnasco esprime il parere opposto. Alla domanda «Ma lei si aspetta una revisione della legge?», risponde: «È auspicabile. È un dato di fatto, sotto gli occhi di tutti, il progresso scientifico e tecnologico in materia di vita umana. I legislatori da sempre si confrontano doverosamente con queste scoperte per formulare leggi che sempre meglio rispettino, difendano e promuovano la vita umana, in tutte le sue forme e fasi. L'auspicio è che questo possa realizzarsi anche ora».
***
silvio

Natività

Epifania del Verbo

martedì 1 gennaio 2008

Legge 194 - 3

Grande iniziativa di Giuliano Ferrara per mezzo de Il Foglio. Da fine ermeneuta qual è, si è accorto che la “moratoria contro la pena di morte” promossa dall’iniziativa radicale Nessuno tocchi Caino era ideologicamente monca: nessuno - e da parecchio tempo - ha a cuore la sorte del povero Abele. E nel nome Abele sono da includere tutti i milioni di morti ammazzati causati dall’aborto.

L’iniziativa, dicevo, consiste in una “moratoria sull’aborto”, per sensibilizzare l’opinione pubblica. Per cominciare Ferrara ha proposto un curioso digiuno ma, precisa, «non chiamatela testimonianza, perché la testimonianza è sorella del martirio. Chiamatela per quello che è. Una dieta speciale contro l’ipocrisia e la bruttezza di un tempo in cui la morte viene bandita in nome del diritto universale alla vita e blandita, coccolata come un dramma soggettivo, nella spregevole forma, e molto oggettiva, dell’aborto chirurgico o farmaceutico».

Non potevano mancare i plausi all’iniziativa, a cominciare dai vescovi - cardinale Camillo Ruini in testa.
Il presule esprime un appoggio pieno: «Credo che dopo il risultato felice ottenuto riguardo alla pena di morte fosse molto logico richiamare il tema dell'aborto e chiedere una moratoria quantomeno per stimolare, risvegliare le coscienze di tutti, per aiutare a rendersi conto che il bambino in seno alla madre è davvero un essere umano e che la sua soppressione è inevitabilmente la soppressione di un essere umano».

«In secondo luogo si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l'Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull'aborto [legge 194 - n.d.r.] che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita e forse, a 30 anni ormai dalla legge aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all'aborto ad una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo».

Dal momento che Il Foglio non sarà in edicola per diverse settimane, si potrà seguire tutta la vicenda sul sito web del caro Giulianone.

Cattolici e pena capitale

La moratoria sulla pena di morte, di fatto significa un invito alla «sospensione» di tutte le esecuzioni già programmate e il divieto di infliggerne di nuove da parte dei tribunali. Questa battaglia perseguita da oltre 15 anni da - Nessuno tocchi Caino - e dal Partito Radicale, ha come obiettivo l'abolizione della pena capitale come “principio”, in quanto i laicisti la considerano come un atto di vendetta da parte dello Stato. Anche nel mondo cattolico vi e` chi sostiene questa posizione, diciamo “ideologica”, contro la pena capitale “senza se e senza ma”.


Il Magistero cattolico non propugna - e non l`ha mai fatto- l`abolizione tout court della pena capitale. Infatti il Catechismo della Chiesa Cattolica nel testo, al (n. 2266), propone la posizione tradizionale, ma alcuni cattolici sostengono che così non è, se quel punto viene letto unitamente a quello successivo (n. 2267), dove si ricorda alla società e, per essa, allo Stato l’obbligo di ricorrere a vie alternative alla pena di morte. In altre parole, si richiama la dottrina tradizionale ma per superarla, sostenendo che la morale cattolica ha chiuso con il pensiero tradizionale e ha aperto un’altra tradizione. Per giustificare la loro tesi sono costretti ad uscire dalla tradizione e questa e`una forzatura. Per lo stesso scopo citano anche, l’enciclica Evangelium vitae (1995).

La domanda che pongono è: la pena di morte è immorale di fatto, perché non lo è anche di diritto? Come conciliare allora, il fatto che l’autorità pubblica ha tale diritto, ma che oggi ogni suo esercizio è ingiustificato?, vogliono chiudere con la tradizione del passato per aprirne una alternativa, e questo cambiamento sarebbe dovuto ad un ascolto più attento della parola di Dio.

In realtà`l`abolizione della pena di morte in occidente e` dovuta piu` al laicismo che ad una comprensione piu` profonda del Vangelo.


L`opposizione crescente riguardo alla pena di morte in Europa, dall`illuminismo in poi,e` andata di pari passo con il declino della fede nella vita eterna. Mentre questo cambiamento puo` esser visto come progresso morale, probabilmente esso e` dovuto all`affievolimento del senso del peccato, della colpa e della giustizia retributiva, essenziali per la fede cattolica, e da quando si e` cominciato a vedere la morte come il male assoluto, invece che, come momento di passaggio verso la vita eterna.

Il Papa, i Vescovi, non respingono la pena capitale come principio, ma dicono che non e` giustificabile come praticata oggi .Dinanzi al progressivo attenuarsi nelle coscienza dell`uomo contemporaneo e di conseguenza nella società e nelle leggi dello Stato, della percezione dell'assoluta gravita`morale della diretta soppressione di ogni vita umana innocente, specialmente al suo inizio(aborto) e al suo termine,(eutanasia), e` meglio in questo momento non dare allo Stato un` arma in piu`contro la vita.

Il magistero non sta rovesciando la dottrina della Chiesa. La tradizione classica ha ritenuto che lo Stato non dovesse esercitare questo diritto quando gli effetti negativi superano quelli positivi. Quindi il principio stesso lascia aperta la questione se e quando la pena capitale fosse conveniente.


Vendetta da parte dello Stato

Il fine retributivo della pena e` frainteso come atto di vendetta attraverso cui lo Stato afferma il suo potere assoluto. Il suo valore retributivo e` indebolito dalla mancanza di chiarezza sul ruolo dello Stato.

La retribuzione da parte dello Stato ha certamente i suoi limiti, perche` lo Stato, a differenza di Dio, non e`ne` onnisciente ne`onnipotente. In conformita` con la fede cristiana, Dio < rendera` a ciascuno secondo le sue opere> al giudizio finale (R.,2,6 cfr.Mt.16,27)


La retribuzione da parte dello Stato puo`essere soltanto un`anticipazione simbolica della giustizia perfetta di Dio. Affinché` il simbolismo sia autentico, la società` deve credere nell`esistenza di un ordine trascendente di giustizia, che lo Stato ha l`obbligo di proteggere .Questo era vero in passato, ma al giorno d`oggi, in genere, lo Stato e` visto semplicemente come uno strumento della volontà`di chi e` governato. In questa prospettiva moderna, la pena di morte esprime non il giudizio divino ma piuttosto l`ira collettiva del gruppo.

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Roberto