martedì 19 febbraio 2008

Canebardo

La novella di Luigi Pirandello, "L'altro figlio", tratta dalla rccolta "novelle per un anno" ci descrive meglio di molte analisi ciò che è realmente accaduto all'indomani dell'impresa dei mllle. E' la narrazione di una doppia tragedia, tra violenza ed emigrazione , avvenute solo settanta anni prima delle vicende raccontate da Paolo nel post precedente, (tanto per capire il ritornello della storia) . Maragrazia, una vecchia contadina analfabeta abbandonata da marito e due figli emigrati in Argentina , vive in miseria nel suo paese di origine, in Sicilia. Da quattordici anni detta una lettera a Ninfarosa, anche lei abbandonata . Queste lettere non riceveranno mai risposta, perchè Ninfarosa scrive solo degli scarabocchi, Maragrazia, si rifiuta di considerare "l'altro figlio", frutto di una violenza all'epoca dell'arrivo dei garibaldini in Sicilia .Eccone un breve spunto dall'efficace penna di Pirandello che non è certamente considerato un autore cattolico.

[....] Ha sentito parlare vossignoria d’un certo Canebardo?- Garibaldi? – domandò il medico, stordito.- Sissignore, che venne dalle nostre parti e fece ribellare a ogni legge degli uomini e di Dio campagne e città? N’ha sentito parlare?- Sì, sì, dite! Ma come c’entra Garibaldi?- C’entra, perché vossignoria deve sapere che questo Canebardo diede ordine, quando venne, che fossero aperte tutte le carceri di tutti i paesi. Ora, si figuri vossignoria che ira di Dio si scatenò allora per le nostre campagne! I peggiori ladri, i peggiori assassini, bestie selvagge, sanguinarie, arrabbiate da tanti anni di catena... Tra gli altri ce n’era uno, il più feroce, un certo Cola Camizzi, capobrigante, che ammazzava le povere creature di Dio, così, per piacere, come fossero mosche, per provare la polvere – diceva, - per vedere se la carabina era parata bene. Costui si buttò in campagna, dalle nostre parti. Passò per Farnia, con una banda che s’era formata, di contadini; ma non era contento, ne voleva altri, e uccideva tutti quelli che non volevano seguirlo. Io ero maritata da pochi anni e avevo già quei due figliucci, che ora sono laggiù, in America, sangue mio! Stavamo nelle terre del Pozzetto che mio marito, sant’anima, teneva a mezzadria. Cola Camizzi passò di là e si trascinò via anche lui, mio marito a viva forza. Due giorni dopo, me lo vidi ritornare come un morto; non pareva più lui; non poteva parlare, con gli occhi pieni di quello che aveva veduto, e si nascondeva le mani, poveretto, per il ribrezzo di ciò ch’era stato costretto a fare... Ah, signorino mio, mi si voltò il cuore in petto quando me lo vidi davanti così: "Nino mio!" gli gridai (sant’anima!) "Nino mio, che hai fatto?" Non poteva parlare. "Te ne sei scappato? E se ti riafferrano, ora? Ti ammazzeranno!" Il cuore, il cuore mi parlava. Ma egli, zitto, sedette vicino al fuoco, sempre con le mani nascoste così, sotto la giaccia, gli occhi da insensato, e stette un pezzo a guardare verso terra; poi disse: "Meglio morto!". Non disse altro. Stette tre giorni nascosto; al quarto uscì: eravamo poverelli, bisognava che lavorasse. Uscì per lavorare. Venne la sera; non tornò... Aspettai, aspettai, ah Dio! Ma già lo sapevo me l’ero immaginato. Pure pensavo: "Chi sa! Forse non l’hanno ammazzato; forse se lo sono ripreso!". Venni a sapere, dopo sei giorni, che Cola Camizzi si trovava con la sua banda nel feudo di Montelusa, che era dei Padri Liguorini, scappati via. Ci andai, come una pazza. C’erano, dal Pozzetto, più di sei miglia di strada. Era una giornata di vento, signorino mio, come non ne ho più viste in vita mia. Si vede il vento? Eppure quel giorno si vedeva! Pareva che tutte le anime degli assassinati gridassero vendetta. Agli uomini e a Dio. Mi misi in quel vento, tutta strappata, ed esso mi portò: gridavo più di lui. Volai: ci avrò messo appena un’ora ad arrivare al convento, che stava lassù lassù, tra tante pioppe nere. C’era un gran cortile, murato. Vi s’entrava per una porticina piccola piccola, da una parte, mezzo nascosta, ricordo ancora, da un gran cespo di capperi radicato su, nel muro. Presi una pietra, per bussare più forte; bussai, bussai; non mi volevano aprire; ma tanto bussai, che finalmente m’aprirono. Ah, che vidi! [....]
***
roberto

4 commenti:

silvio ha detto...

La rivoluzione è proprio un delirio. Un voler rovesciare il mondo, artificialmente, grossolanamente.
Anche questo un ottimo articolo.
Ciao

Sebastiano ha detto...

Forse è anche per questo che qui da noi, in Sicilia, ci siamo rassegnati a convivere con i delinquenti: il "nuovo ordine costituito" (o, meglio, ogni "nuovo ordine costituito")parte dal presupposto che bisogna liberare chi è in carcere, chi ha "subito" l'autorità rovesciata. In questa novella -che per ragioni personali mi è cara- ho sempre visto anche il sovvertimento finale, con quello della società, dell'ordine familiare (maragrazia privata del marito, violentata e madre del figlio di quella violenza) e, alla fine, lo sconvolgimento di tutto ciò che è umano.
s.

Anonimo ha detto...

Ciao Sebastiano,interessante la tua considerazione,in fondo noto quella rassegnazione ,ben descritta nel romanzo il gattopardo
nel personaggio del principe Salina

roberto ha detto...

roberto